DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI SPECIALMENTE INTORNO

AT PRt^rciPALl SAffTIj BEATI, MARtlRl, PADRf, AI SOMMI PONTEFICI, CARDlNAI.t E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARlI GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARClVESCOVlLI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILlIj ALtE FESTE PIÙ SOLENNI, AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPEtLE PAPALI, CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NO* CHE AlLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC*

COMPILAZIONE

DEL CAVALIERE GAETANO MOROJNI ROMANO

PRIMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ

GREGORIO XVI.

VCL. XXXtV.

IN VENEZIA

DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCXLV.

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DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

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I.

IMMAGINE, /wrtg^o. Sembianza, somiglianza , apparenza , ed anche figura di rilievo, o dipinta, o stam- pata ; ritratto. Con voce greca l'im- magine si chiama Icona o Icon, pittura o immagine, come si rac- coglie dalle seguenti parole ripor- tate dal Macri : Considera ìconani ejiis in Sardanay, quae in car- neni versa, oleum sine cessatione stillat. Caesar. 1. 7, e. 25. Il me- desimo Macri aggiunge che con questa voce d' Icona fu formata l' altra voce Iconostasion, che si- gnifica Riposto delle immagini , Questo vocabolo presso i greci si- gnifica anche il leggio o pulpito acconciato con drappi, sopra del quale pongono l'immagine di quel santo, di cui si fa in tal giorno la festa, e viene posto in mezzo alla chiesa per essere venerato dal po- polo. Dalla stessa voce Icona fu- rono chiamati Icononiachus ed /- conoclasla i persecutori delle san- te immagini, perchè significa op- pugnatore delle immagini, e di&trut-

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tore delle medesime. Inoltre dicesi in greco Hagiomachus per inimi- co de' santi. Dice il Bergier, sareb- be inutile che ci mettessimo a provare 1' utilità delle immagini e l'impressioni che fanno sull'animo di tutti gli uomini ; sono più ef- ficaci delle parole ; sovente fanno comprendere cose che non si pos- sono esprimere con parole; dicesi quindi con ragione che questo è il catechismo degl' ignoranti. La pit- tura, al dire di s. Gregorio I, è pegl' ignoranti ciò che la scrittura è pei dotti, 1. 9, ep. 9. Dunque non è meraviglia che la maggior parte dei popoli n' abbiano fatto uso per rappresentarsi gli oggetti del culto religioso, e che se n'ab- bia confessato l'utilità nel cristiane- simo. Tuttavia alcune sette di ere- tici asserirono che l'uso delle im- magini è una superstizione, e l'o- nore che loro si presta un' Idola- tria (Fedi). Gli ebrei ed i mao- mettani non hanno alcuna imma- gine nelle loro sinagoghe o moschee,

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Ile in alcuno quegli altri luoghi drizzassero dai sudditi statue d oro destinati all'orazione o ad altri at- e d'argento, ma sibbene le doves- ti di divozione. se formare ne' cuori degli uomini Antico è il costume delle irnma- col beneficarli , perchè tali statue gìni o ritratti de'quali parla Eze- mai non sarebbero dal tempo lo- chiele, ove dice al cap. 23, v. i4; gorate. Plotino, fra i seguaci di Pia- Cam que vidisset viros depicLos in ione il più rinomato, non volle pariete y imagines caldaeoruni ex- mai acconsentire d'essere da pitto- nressas colorihus. Ma sieno pur re veruno ritratto in tela, perchè effigiati i volti in bronzo e in mar- disdicevole cosa stimava, che si e- mo, se ne formino statue al natu- ternasse la sembianza del corpo vale, vi s' intagli e scolpisca anche fragile , ed alle bellezze dell'anima )1 loro nome, alla fine l' intempe- non si rivolgesse il pensiero. Ales- rie dell'atmosfera, ed il tempo di Sandro il Grande fu vaghissimo di psse piti potente le riduce in poi- farsi ritrarre, e perciò destinò che •vere, siccome osserva Pompeo Sar- i soli Apelle lo dipingesse, Pirgo- pelli, Lellere eccl. t. X, lett. XLl, tele lo scolpisse, e Lisippo gli la- Ve* ritratti , dell' idolatrìa, e della cesse le statue di bronco, vietan- venerazione delle sacre immagini, dolo agli altri artisti; anzi ie pri- I ritratti de* costumi e dell'animo me monete greche, secondo il Sar- si veggono o negli scritti propri, o nelli, sono di Dario, di Filippo, e in quelli che trattano della loro di Alessandro colla effigie loro ; co- vita . Di 8. Giovanni Climaco dis- veramente divennero desiderabili se un savio scrittore; Porro ani- i loro ritratti per la ricca mate- piae illius divina quaedani effìgies ria, perchè de'ritratti in altra ma- viuUo clarius pcrspicitur in suis niera non ognuno si diletta. scriptis. Agesilao lasciò nel suo te- Da queste statue e ritratti, al stamento il divieto che niuno ne dire del Sarnelli, nacque l'idolatria, facesse il ritratto o io pitture o in come si legge nella Sapienza al e. istatue, rimettendosi alle sue azio- i4> ^* '^•'* Acerbo enim luctu do- ni che erano famose. A che servo- lens pater, cito sibi rapti filii fé- i ritratti e le statue, ed il com- cit imaginem ; et illum, qui tunc parire ft'a* vivi morto in una carta, quasi homo mortuus fuerat, nunc io una tela, in un sasso, di che tanquani Deum colere coepit , et disse Cicerone: TJnus Xenophontis coustituit inter servos suos sacra libellus in eo rege laudando, fa' et sacrifici a". Questi fu Nembrot Cile omnes imagines, omnes statuas- detto anche Bdo, a cui essendo que superavit. \\ cardinal Bellar- morto un figliuolo che teneramen- mino in una circostanza si espres- te amava, per mitigare il grave e se, che l'immagine del vecchio per acerbo dolore che per tal perdita (essere troppo difforme non mevir sentiva, fece fare la di lui imma- tava di essere mandata a* poste- gine, e cominciò ad adorarla come fi, e quella del nuovo nemmeno, un Nume, ordinando a tutti i suoi per non essere ridotta a perfezione, sudditi che fkcessero lo stesso; e que- Mecenate procurava di persuadere sti prontamente concorsero ad offrir- Augusto, che vivendo non dovesse gli sacrifizi ed altri atti di culto di- perqaettere clie ne' teatri sp ^li vijio, ricevendolo e tenendolo pev

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loro Dio. E questo fa il primo Idolo (P^edi), al diie del medesimo Sar- nelli, adorato nel mondo, e chiamato Belo; gli altri poi moltiplicati fu- rono detti Bel, Baal, Baalim, Be- lia, Beelphegor, Belzebub, perchè Bt;£ iu lingua ebraica significa Si- gnore. Sembra dunque che il primo motivo dell'idolatria sia stato l'af- fetto grande verso i morti, come pur dicemmo al citato articolo Ido- latria, parlando degli dei dome- stici Lari o Penati ; ed oltre a Nembrot fu Nino re di Babilonia che pure a suo padre piorto in- nalzò altari, e comandò adorazioni. E nei susseguenti tempi Semirami- de, e altri sino a Nabucco, il qua- le fece la famosa statua d'oro or- dinando a tutti che l'adorassero. 11 secondo motivo dell' idolatria fu l'adulazione, come nell'apoteosi dei gentili, di cui parlammo all'artico- lo Divinità, il terzo la gratitudine, quindi furono riposti tra le dei- tà Eusculapio primo maestro del- la medicina, Trittolemo che inven- tò il coltivare i campi, Bacco per- chè insegnò a fare il vino, ec. Quarto il timore, il quale mosse gli uomini a tenere per idei quel- le cose che potevano nuocere, co- me le Eumenidi. Quinto la vita licenziosa fece piti idoli di persone ■viziose, come di Giove, Marte, Ve- nere, Mercurio ec, per potere con minor vergogna praticare ogni dis- solutezza. Tutti siffatti dei venne- ro rappresentati con immagini scol- pite, dipinte, o in altro modo rap- presentate. E però Iddio proibì agli ebrei di fare qualunque immagine, figura, statua, e di renderle alcu- na specie di culto, come si legge nel- l'Exodo e. 20, v. 4; Jìel Levitico e, 26, V. I ; e nel Deuteronomio e. 4} ^' i^> *^3p. 5, V. 8. Questa

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proibizione era giusta e necessaria, attesa la grande inclinazione che gli ebrei avevano per l' idolatria , i mali esempi da cui erano circon- dati, e perchè in quel tempo pen- savasi che ogni immagine rappre- sentasse una divinità. Ciò nondi- meno Mosè pose due figure di cherubini sull'arca dell' alleanza, e Salomone ne fece dipingere sopra le mura del tempio, e sulla corti- na del santuario ; prova che la proibizione non avea più luogo, quando non v'era pericolo che que- ste figure fossero prese per un oggetto di adorazione.

Così non sono proibite ai cri- stiani le immagini di Gesù Cristo e de'santi, perchè questi non sono idoli; sono idoli le immagini di falsi dei, perchè sono similitudine degli dei che non sono dei, e fal- sa rappresentanza di un oggetto non vero, o del culto di latria solamen- te dovuto a Dio onnipotente. Ma le immagini de'santi e di Cristo non possono chiamarsi idoli, per- chè sono immagini di cose vere, istituite a rappresentare quello che essi veramente sono. Siccome l'im- magine del re non si può dir ido- lo perchè rappresenta quello che è; sicché il culto che si alle sacre immagini si riferisce al pro- totipo, che in quelle è rappresen- talo; cioè non si l'onore al legno, air oro, al metallo od al- tra materia assolutamente, come se avessero iu qualche divinità, ma come rappresentante Cristo , la Beata Vergine e i santi , sic- come degni di onore per 1' eccel- lenza della loro santità in venera- zione dell'originale che figurano. Dappoiché sempre ^si verifica il cattolico insegnamento, essere molto giovevoli i sensibiU segni esterni

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ed eccitar ne' popoli interni afletti divotì. E questa è la perpetua con- suetudine delia Chiesa, che ha ori- gine dallo stesso Cristo, che lasciò impresso il suo J^olto santo (Vedi), nel bianco lino di s. Veronica, ed i lineamenti del suo corpo nella sacra Sindone (Vedi). I ritratti al naturale di s. Pietro e di s. Paolo furono diligeptemente conservati fi- no ne' primi tempi della Chiesa: s. Giovanni Crisostomo avea un ritrat- to di s. Paolo, e in leggendo le sue epistole, di quando in quando fissamente la contemplava. Onde delle immagini di Cristo, della Be^- ta Vergine e de'santi, è bene che i cattolici ne tengano per ogni parte delle loro stanze, per avere à chi dirigere i loro voti; e cosi il cattolico si fa ospite de'santi con accogliere le loro figure fatte per divozione, per ricordare i medesi- mi , per imitarne quindi le loro Tirlù e meravigliosi esempi. Di- pingonsi le tre persone delia ss. Trinila, il Padre in forma di vec- chio, il Figliuolo in quella di gio- vane, e lo Spirito Santo in forma di colomba, di fuoco, e lo fu an- cora di vento, e gli angeli in for- ma di bellissimi giovanetti alati, non perchè abbiano corpo, ma per- chè in tali forme vengono descrit- ti dalla Scrittura sacra, e sono ap- parsi agli uomini. Costume prati- cato sin dai primi secoli della Chie- sa dai fedeli. I primi Iconoclasti (Vedi)^ eretici disprezzatori e ne- mici delle sacre immagini, si op- posero nei medesimi primi secoli a quelle dello Spirito Santo e de- gli angeli, e negli antichi mosaici vedesi il Padre Eterno in figura, o almeno una mano tra le nuvole indicante la potenza del Padre. Questo era il modo in cui dai

IMM primi fedeli si rappresentava Dio Padre, tenendo talvolta la ma- no un volume, non permettendosi l'effigie umana. Quanto allo Spiri- to Santo ordinariamente fu rappre- sentato in figura di colomba per essere comparso in quella forma, come insegnarono i santi evangeli, Luca cap. 3 : Apertuni est codimi et descendi t Spiritus sanctus corpo- rali specie sicut columha in ipsuni. Lo insegnarono pure molti santi padri, e fu definito nel concilio Costantinopolitano Act. 2, e nel Ni- ceno Act^ 5. Urbano Vili fece ab- bruciare quelle immagini che rap- presentavano r ineffabile mistero della ss. Trinità con un corpo e tre volti ; e Benedetto XIV coi breve Sollicitudini nostrae, diretto al vescovo d'Augusta, vietò il di- pingersi lo Spirito Santo in forma umana , essendosi sparse per la Germania alcune immagini in for- ma di avvenente giovane. Circa le immagini degli angeli, V. Coro DEGLI Angeli.

Gesù Cristo mandò la propria immagine ad Abgaro re di Edes- sa (Fedi)f i di cui popoli in virtù della medesima riportarono insigni vittorie contro Cosroe re di Per- sia : al citato articolo ed altrove si tratta di tale immagine. Come e- ziandio si rese celebre per molti prodigi quella statua di rame in- nalzata a Gesù Cristo nella città di Cesarea di Filippo, da quella donna dal medesimo sanata da un flusso di sangue, e conservata sino ai tempi di Giuliano l'apostata, che vi sostituì la propria, rovinata su- bito dal fulmine. In testimonianza che sino dai primi secoli venera- vansi le sacre immagini, i cristiani rappresentavano ne' calici V effigie del Salvatore in forma d' agnello;

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ma siccome poi dipinsero e rap- presenlarono l'agnello in croce, in vece dell'immagine del Crocefisso (Vedi)y con s. Giovanni Battista in- contro che col dito dimostravalo : Ecce Agnus Dei, dal concilio VI col can. 82 fu proibito di dipin- gere r agnello in croce, ed indi- dicato dal santo Precursore. Il Baronio all' anno Sy, num. 52 e III, narra che i cristiani sino nei primi secoli dipìngevano le sacre immagini del Salvatore, di Maria Vergine, degli apostoli, dei martiri, nei calici coli' immagine di Cristo in figura di pastore colla pecorel- la in ispalla, cosi negli anelli, nelle colonne e ne' pilastri delle chiese; in altri vasi sacri , ne' cimiteri e catacombe, nei veli che si appen- devano nelle chiese, ed in quelle di Costantinopoli si dipingevano le immagini sacre in luoghi bassi, per- chè si potessero baciare dai fedeli. Dell'immagine del Salvatore tra gli altri scrisse dottamente e con eru- dizione Giovanni Marangoni nel- V Istoria dell' oratorio di s. Loren- zo nel patriarchio lateranense, e della celebre immagine del ss. Sal- vatore detta Acheropita che ivi conservasi^ come anche delV origi- ne ed uso di tal sorta d'immagi- ni venerate nella cattolica Chiesa. Roma 1747. Ivi pure tratta delle immagini del Salvatore effigiate nelle antiche basiliche di Roma, di quella mostrata da Papa s. Sil- vestro I a Costantino imperatore ; essere solito effigiarsi anticamente nelle medaglie degl'imperatori gre- ci, dei re di Servia, nelle monete d'oro di Venezia, nelle monete pon- tificie, ne'cimiteri comuni in diver- se maniere, sopra le urne, sarcofa- gi e cenotafi de' fedeli ; sopra gli anelli, e nei sigiUi di alcuni ordi-

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ni e congregazioni di religiosi; e dell'immagine del Salvatore detta la Pietà ^ e loro uso diverso.

La lezione che i sacri cimiteri ci danno in fatto di sacre imma- gini dipinte e scolpite non è molto estesa, ma di molta importanza. I sacri cimiteri primieramente non hanno immagini contemporanee a- gli apostoli, e forse neppure del primo secolo della Chiesa. Pare che i Pontefici tardassero a giovarsi di questo istromento efficacissimo alla istruzione delle menti e dei cuori, per non offendere i neofiti venuti alla fede dal giudaismo, e non pre- sentare occasione di scandalo ai neo- fiti venuti dal paganesimo. Fina dalla prima metà del secondo seco- lo i più antichi cimiteri sacri com- pariscono abbondantemente ricchi d' immagini sante. La Chiesa ro- mana non credette però ancora giunto il tempo di far penetrare nelle menti dei neofiti la vera ra- gione di quel culto, che ad alcu- ne di tali immagini si deve pre- stare. Ed è cosa degnissima di osservazione, che sino a tanto che durò un qualche pericolo di mala intelligenza per parte de' convertiti, la Chiesa romana presentò loro le immagini che non erano in un'a- zione istorica, ma nell'atto dell' o- razione. E in fatti, il divoto che guarda la Beata Vergine, gli apo- stoli, i martiri, e i santi tutti in atto di pregare, intende facilmen- te col solo occhio, che chi usa del- la preghiera non può essere una divinità, e intende insieme che postochè i santi nella beata loro patria pregano, si può ad essi ri- correre acciocché interpongano l'ef- ficacia della loro preghiera presso a Dio, onde ottenere le grazie di- verse di cui gli uomini loro clien-

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ti si trovano avere su questa ter- ra e valle di lagrime continuo bisogno. Conviene entrare ne' sacri cimiteri o catacombe per vedere le pitture più anticlic della Chiesa ro- mana. Si conservano tuttora sopra grintonaclii delle pareti cos\ delle celle sepolcrali delle private fami- glie, come delle cripte che la chie- sa stessa scavava in quei sotterra- nei per le sacre sinassi o adunan- ze de' fedeli.

Fra quelle che rimontano al se- condo secolo dell'era nostra deb- bonsi contar eziandio le immagini del Buon Pastore ne' vasi cimiteria> li anche di vetro. Uno di questi che si conserva nel museo Borgia- no del collegio Urbano rappresen- ta la Beata Vergine in mezzo ai ss. Pietro e Paolo; non è quindi un arbitrio temerario quello di giu- dicare che rappresentino Maria tia i principi degli apostoli quelle tre immagini dipinte a fresco ne'cimi- teri, somiglianti in tutto a quelle simili dei vetri, quantunque man- chino di nome scritto. Una copia si vede nel cimitero de' ss. Mar- cellino e Pietro, dove i due apo- stoli stendono la destra verso Ma- ria che prega, ma rimangono da essa divisi pei^ un sottile albero che il pittore vi ha posto tra mez- zo. Una seconda molto pii^i singo- lare trovasi nel cimiterio di Ciria- ca, dove i due apostoli sostengono le braccia di Maria stessa solleva- te in orazione; tal pittura rappre- senta la ss. Vergine che prega per la Chiesa e pel popolo cristiano, e perchè non cessi mai da tale ullizio, l'una l'altro abbiano ad essere da' loro nemici superati e vinti, le sono posti a reggere le braccia i ss. Pietro e Paolo, che ia quuhtà di fondatori e reggitori

IxMM primari della Chiesa romana, nu- trono verso di essa la più viva sollecitudine. Tal modo di rappre- sentare la Beata Vergine orante, allude a Mosè che nella guerra degli amaleciti pregava Dio col- le braccia aperte perchè rendes- se vittoriosi gl'israeliti, e sicco- me questi piegavano all'impeto del nemico quando Mosè per stanchez- za calava le braccia, Aronne ed Ur gli si posero a' lati per soste- nergliele sollevate, onde gì' israeli- ti riportarono pieno trionfo. Il dot- to Bosio, che non avea veduto i vetri dipinti e scritti, credette di vedere nelle tre figure così aggrup- pate una matrona romana orante, e due servi che a diminuirle il disagio le sostenevano le braccia. Disconveniente e falso giudizio, che per confutarlo basta il riflettere che la disciplina primitiva della Chiesa vietava che le donne fos- sero mischiate cogli uomini ne'luo- ghi d'orazione.

Antichissimo eziandio è l'effi- giare la Beata Vergine Maria, at- tribuendosene molte dipinte da s. Luca : quanto al rappresentarla col divin figlio Gesù in forma di Ijambino nel suo grembo, il padre Lupi nel tom. I delle sue Disserta' ziouij nell'Vlll tratta di questo ar- gomento, dicendo che tale uso eoa molta frequenza fu seguito nel quin- to secolo, dopo che il concilio di Efeso condannò l'eresia dell'empio Nestorio, che alla Madonna nega- va il glorioso attributo di Madre di Dio. Il Sarnelli nel tom. IV delle Leu. p. 90, discorre come si debbano rappresentare le immagi- ni della Beata Vergine. Dice a- dunque che avendo cominciato al- cuni religiosi a vestire tale imma- gine cogli abiti e colori di quelli

IMM propri del loro ordine, Urbano Vili nel 16^1 fece una costituzione in cui vietò rappresentarsi la Madre di Dio in modo diverso da quello praticato dalla Chiesa dai suoi pi'i~ mi tempi. E certo che sino da quelli apostolici la Beata Vergine fu scolpila e dipinta colla veste di color rosaceo o porporino, e col manto azzurro o celeste, pel qual colore si spiega la sua risplen- dente purità come cielo sereno senza macchia pel suo immacolato concepimento; ne doversi tal colo- re cangiare in nero per significare la mestizia o il dolore per la mor- te del suo Unigenito divin Figlio, perchè il suo dolore non fu discom- pagnato dal sapere che il suo figliuo- lo era il Verbo di Dio, e che volon- tariamente era morto per la re- denzione del genere umano, e che dopo tre di dovea resuscitare con maestà e gloria. 11 medesimo Sar- nelli nel tom. I, pag. i56 e seg. eruditamente descrive le forme, la statura e le fattezze di Gesù Cri- sto, della B. Vergine, e de' santi apostoli Pietro e Paolo, e del mo- do come vestivano. Inoltre il Sar- nelli nel tora. Ili, p. 17 ci la lettera VII: Se sìa lecito pingen- dosi figure di santi fare ne loro volti comparire ritratti di persone par- ticolari. Dopo avere indicato vari quadri e tavole in cui sono i ri- tratti al naturale di chi ordinò la pittura, e degl'individui di sua fa- miglia, o di altre persone, sotto le sembianze della B. Vergine, de'san- ti e delle sante, disapprova che nelle figure principali di pitture o rappresentanze che si espongono sugli altari per destar divozione ne' fedeli, e l'imitazione di quelli che sono figurati, venga imitata l'imagine d'alcuno, tauto pii^ che

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un tal capriccio fti stimata ambi- zione e stoltezza anche ne* gentili, come gli storici dissero di Gaio imperatore, che deliberato avea di far condurre a Roma il simulacro di Giove Olimpico, per mutar l'ef- figie di lui nella propria. E perciò troppo ambiziosi furono Adriano e Giuliano V Apostata imperatori, che fecero nelle monete efligiare il proprio volto a somighanza di quello di Serapide, con alla sini- stra l'effigie d'Iside; le quali imma- gini dagli egizi furono usate per rappresentare il sole e la luna che veneravano. Però nelle figure inferiori o meno principali il Sar- nelli trova l'uso tollerabile, avendo- lo praticato eccellenti pittori. Nel tom. I, pag. i54 abbiamo di lui la lett. XXXVII: Come si debbono dipingere le sacre immagini. Egli desidera che il pittore sia erudito, onde ben conosca ciò che fa e se ne penetri , per evitare i capricci e le stravaganze, e per destare divo- zione ne' riguardanti ; ed a certi dipinti da lui ordinati volle che fossero mezze figure o mezzi bu- sti, secondo l'antico uso de'cristia- ni, osservato pure dai greci per saggi riflessi, pe' quali preferirono i bassi rilievi alle statue per mag- gior modestia e venerazione, ram- mentando che le antiche immagini del Crocefisso erano coperte da vesti, rigettando le nudità e le at- titudini immodeste, massime nei putti e negli angeli. Narra che a quel pittore che osò fare l'imma- gine di Cristo sotto la forma di Giove, se gli inaridì la mano, e solo guari per le orazioni di Gennadio vescovo di Costantinopoli; riporta vari consimili esempi, e dice pecca- re quegli artisti che introduco- UQ uelle chiese cose, che invece

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di edifìcazioue riescouo di icati- idalo.

Il sinodo Quinisesto del 707, col can. 100 proibì le pitture lascive, e scomunica chi le eseguisce. Il concilio di Magonza sotto Paolo IH nel 1 549 decretò : « Procaces ima- gines, et nimio artis lenocìnlo ad inundunae potìus vanitatis speciem, quam ad pietatis commonitionem eliìgiatas, in tempiis proponi omnino vetamus ". Ed il concilio di Trento sess. 2 5 comandò. « Omnis denique lascivia viletur , ita ut procaci ve- nustate imagines non pingantur, nec ornentur. Haec, ut fidelius obser- "venlur, statuit s. Synodus nemini licere uUo in loco, vel Ecclesia e- tiam quomodolibet exempta, ullam insolitam ponere, vel ponendam curare imaginera, nisi ab episcopo approbata fuerit ". Il Sarnelli nel tom. VI, p. 8r, tratta nella lett. XX XIX, Se sia lecito ritoccare al- cune immagini^ che sono state mi- racolosCf logorate dal tempo e dif- formate. Egli opina doversi fare, rinnovando i medesimi lineamenti, perchè non torna in decoro del culto religioso vedere somiglianti figure disfigurate. S. Carlo Borro- meo arcivescovo di Milano, nel suo primo concilio provinciale decretò che le immagini, qiiae pìctae sunt iiidecore, vel deleantur, vel corrin- gatilur. Poco imporla che sieno dipinte malamente, o che sieno rese logore dal tempo , onde s. Carlo nel quarto concilio provinciale fe- ce quest' altro decreto : Imagines, quae pene deletae sunt, renoventur, aut deleantur , et cumburantur , cineribus in pavimenti fóssis col- locatis". Argumento can. Altaris palla, De consecr. disL i, dove si dice. « Altaris palla, cathedra, can- delabrum, et vellum, si fuerint ve-

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tustate consumpta, incendio dentur etc, cineres quoque eorum in ba- ptisterium inferantur, ubi nuUus transitum habeat, ut in pariete, aut in fossis pavimentorum jactea- turj ne introeuntium pedibus in- quinentur ". Quindi narrando il Sarnelli che la celebre città di An- versa in Fiandra ripete la sua grandezza da un' immagine della 13. Vergine, la quale fu ritoccata e ristorata dai guasti , per le ra- gioni che adduce si conferma nel suo sentimento, doversi riparare le immagini in cattivo stato. Il p. Rho ne' Sabati del Gesù di Ro- ma tom. I, esempio 61, dopo aver molto studiato sulle immagini del- la B. Vergine dichiarò, che quan- to sono le sue immagini più an- tiche, tanto pare che sieno piti ve- nerabili, come che non sempre di buona maniera dipinte.

I raggi o splendori dipinti o posti intorno al capo delle immagini, è il simbolo de'beati: quanto a\V Aureo- la^ Corona^ Diadema ^ Nimbo (P^edi) che adornano le immagini, sono a vedersi quegli articoli, ove pure si spiega il quadrato che si vede sulle antiche immagini^ massime di Pon- tefici fabbricatori o ristoratóri delle chiese ove sono rappresentati per lo più in mosaico. Le tavole d'altare ebbero l' origine dai Dittici sacri (Fedi) y colle immagini, di che di- scorre il Buonarroti a p. 2 58, nel- le Osservazioni sui vasi antichi di vetro , come dei diversi modi di rappresentare i soggetti; e in fatti dice che l* uso de' dittici fu molto adattato alla necessità che aveano i primi cristiani, a cagione delle per- secuzioni, di mutar spesso i luoghi destinati per le sacre adunanze, poiché se altrimenti le avessero avute, e stabilmente dipinte nel

IMM muri, le avrebbero sottoposte agli ÌBSulti e profanazioni de' gentili. E da ciò riceve molta chiarezza il can. 36 del concilio Illiberitano che prescrive. «* Placuit pìcturas in ecclesia esse non debere, ne quod colitur, aut adoratur in parietibus dipingatur ". prescrive dunque in questo canone, che le immagini sacre, venerate ed adorate dai cri- stiani, non si dipingano stabilmen- te sui muri delle chiese , come per alcuni si doveva già fare a cagione della lunga pace goduta da' fedeli, e ciò per una prudente economia adattala ai tempi che correvano allora, dell'imminente persecuzione di Diocleziano, onde tornava molto in acconcio di ave- re le sacre immagini in piccoli dittici da potersi in ogni accidente facilmente levar via e nascondere, ed evitarne l'oltraggio se fossero venute in mano de' nemici della fede. Il luogo poi ove si colloca- vano i dittici era in testa alle sacre mense, lo che mostra altresì ciò che viene praticato fino a'tem- pi nostri nelle tavole , quadri , o palle da altare, succedute ai dittici. Anticamente i cristiani ebbero in costume nei giorni più solenni di adornar le chiese di sacri arre- di, i principah de' quali erano al- cuni panni preziosi, che chiamava- no veli, e che usavano mettere pendenti dagli archi o architravi delle navate, e specialmente nei quattro lati delle cappellette , che si chiamavano Cibori (Fedij^ sotto i quali stavano gli altari; abbelli- vano ancom i sacri templi di lampade, di candellieri, d'incensie- ri, di vasi e di corone, e di altri cimeli o utensili, i quali erano fat- ti di metalli preziosi , e sovente erano tempestati di gioie, come si

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legge in Anastasio Bibliotecario. Ciò si deduce da alcune miniature del Menologio di Basilio della Vatica- na , nelle quali per aggiunta ed ornamento delle figure principali de' santi, vi sono fatte talora delle vedute come in lontananza, di al- cune parti interiori di chiese , e specialmente alla pag. 809 il 9 gennaio, per ornamento e per cam- po dell'immagine di s. Teoctisto martire, si vedono due archi or- nati di veli, e in cima vi è sos- pesa una corona gioiellata,, pen- dente nel mezzo di ciascuno, e sot- to un candeliiere con cereo acceso, e sopra le colonne negli angoli che fanno gli archi vi è collocato un Flabello (Fedi) o rosta che i gre- ci usano nella messa, e 1' usarono anche i latini ; ed è perciò che co- me osserva il Buonarroti, nell' an- tica chiesa di s. Sabina di Roma, per imitazione degli ornamenti che vi si vedevano nelle feste, ne- gli angoli fra arco e arco furono fatti molti di tali flabelli con pic- cole lastre di marmo. Uno dei luoghi principali, dove più frequen- temente e con maggiore abbondanza gli antichi cristiani mettevano ed es- ponevano al pubblico i mentovati sacri arredi, erano alcuni palchi intor- no air altare, che si dissero pergule, e particolarmente ancora li mette- vano in veduta in certi gradi o rialti in testa all'altare, che tor- nando sopra la confessione, si po- tevano ben godere dal popolo; i quali rialti, mutato il sito degli al- tari, furono trasferiti verso la tri- buna in faccia e sopra i medesi- mi, e quelli hanno dato l'origine agli odierni gradini, che si sogliono ancor essi ornare di vasi preziosi, di candellieri e di reliquie. In tali luoghi vennero ancora a collocarsi

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le varie specie dei dìltici ecclesia- stici d'avorio, o d'altra materia di prezzo, o [X'r mero ornamento, o perdio ancora fossero vicini e pron- ti per r uso che se ne doveva fa- re nelle sacre liturgie; e nel mez- zo a questi dittici , nel luogo più principale, vi mettevano quelli in- signiti delle sacre immagini dei santi, specialmente di quelli a cui dedicata fosse la chiesa o la solen- nità che celebravasi ; al quale an- tico costume molto s' uniformano tuttavia i greci , i quali pongono in mezzo al coro, nella parte vi- cina al santuario , in un compe- tente rialto, r immagine voltata al popolo del santo, di cui progressi- vamente celebrano la festa , come pure indicammo di sopra. con- gettura che neir Africa parimenti si costumasse di porre sopra l'al- tare o in luogo ad esso vicinissimo le sacre immagini , come rilevasi da s. Oliato Milevitano 1. 2, ad V. Parmen. p. 82. Però le imma- gini di cui parla tal santo erano le imperiali laureate o labratae, così dette perchè quasi coronate di alloro , corona resa particolare agl'imperatori a' quali furono ri- servati i trionfi. Da questa testi- monianza di s. Oliato^ oltre il ri- to di accomodare solennemente gli Altari (Fedi), il Buonarroti sem- bra vedervi il costume, che quan- do per le feste si adornavano gli altari, e in tempo de* sacrifizi, le immagini sacre si collocassero in luogo vicinissimo , ed in sito che si potesse dire eh' esse fossero so- pra gli altari ; poiché se non vi fosse stato generalmente un tal costume intorno alle sacre imma- gini, non potevasi inventar dai do- natisti.

Il p. Chardon, Storia de sa-

IMM cramentiy tom. I, p. 325, parlnndt) del luogo ove si conservava l'Eu- caristia , dice che il p. Mabillon non potevasi persuadere che ne' piimi dieci secoli della Chiesa si mettes- sero immagini sugli altari, e che il Papa s. Leone IV dell' 847 lo insegna in un* omelia , ove parla così. M Nulla si ponga sull'altare, fuorché le cassette e le reliquie, o foi"se i quattro evangeli , e una pisside col corpo di Nostro Signo- re pel viatico degl* infermi. Tut- to il restante si metta in luogo proprio '*. Raterio vescovo di Ve- rona ripete le parole medesime in un discorso fatto al suo sinodo. Nulladimeno da Fortunato si sa , che alcune volte sull* altare si met- tevano de' fiori , e san Gregorio di Tours afferma, che si usava di sospendervi una croce. Ora sebbe- ne le casse e i reliquiari dovesse- ro far le veci delle immagini, non è certissimo che solamente un po- co prima del nono secolo si co- minciò a porre sugli altari reli- quiari e reliquie , da che si può conchiudere che al tempo del se- condo concilio di Tours celebrato nel 566 o 56^^ sull'altare non vi si mettevano immagini, cioè in que- gli altari ove cuslodivasi l'Eucari- stia che soleva custodirsi in dis- parte, e sotto la croce. Da san Paolino apprendiamo che Severo fece porre la statua di Gesù Cri- sto nel battisterio. Filostorgio as- sicura che la statua del Salvatore eretta in Cesarea sunnominata, fu collocata nella diaconia o sagrestia della basilica , e colà veneravasi com' era dovere. 11 medesimo s. Paolino, e il ven. Beda affermano che si attaccavano le immagini al- le loggie delle Chiese (Fedi), e si dipingevano sulle volte de' sacri

IMM templi. Il Macri nella Not. de^vo- caholi eccl. dice die nella cappella pontifìcia le immagini si copriva- no nella domenica di Passione , pronunciate le paiole del santo vangelo: Jesum autem ahscondit se, et exivit de tempio. Soggiunge che cosi ordina il Cerimoniale lib. 2, cap. 35. w Cum in fine evangelii dicitur: Jesus autem abscondit se, et exivit de tempio, clerici cappel- lae super altare velum paratum cordulis in rotis supra in altum confìxis euntibus sursum trahnnt et eo imagines omnes ibidem de- piclae cooperiuntur ". Dice inoltre il Macri, che nella Spagna si cuopro- no le sacre immagini nel tempo dell'avvento, delle vigilie, delie quattro tempora, e dalla domenica di settuagcsima fino al sabbaio santo. Nel voi. Vili, p. 278, 291, 3o8 ; IX, p. 7, e principalmente nel voi. XV III, p. 280 del Dizio- nario, abbiamo detto come nella cappella pontificia dalla domenica di Passione in poi si vedono co- perti il quadro o immagini del- l' altare , la croce di questo , e la croce papaie -, dello scuoprimento delle croci nel venerdì santo, e del quadro nel sabbato santo , e del significato di tali coprimenti, oltre due relativi decreti della congre- gazione de' riti. La liturgìa della Chiesa su quest'argomento prescri- ve quanto segue. Nel sabbato pre- cedente alla domenica di Passione, innanzi ai primi vesperi, quantun- que siano di qualsiasi festa occor- rente nel sabbato, si copriranno con veli paonazzi le croci e le imma- gini del Salvatore che sono nella chiesa, così le immagini degli al- tari, e quelle dei santi che si tro- vano nella medesima; nei quali veli non debbono apparire fi-

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gure, ne immagini, ne insegne del- la Passione. Le croci così velate dovranno rimanere coperte fino al venerdì santo, e le immagini sino alla fine delie litanie del sabbato santo. Le dette immagini non si possono scoprire nella settimana di Passione occorrendo la festa del santo titolare, o della dedicazione della chiesa , ne si può cambiare il velo secondo il colore delle fe- ste che occorrono. E perciò abuso, cadendo la festa dell' Annunziazio- ne della B. Vergine tempore Pas- sionisi od altra simile festa di gioia, il coprire con velo bianco la cro- ce processionale o la vescovile , o quella dell'altare, dappoiché la co- pertura del velo bianco è solo ri- servata nella messa del giovedì santo, e nella lavanda de' piedi al- la sola croce dell' altare maggiore. Quanto al culto delle sacre im- magini esso è antichissimo, ed ebbe principio colia Chiesa. Tutta volta ne' primi tempi del cristianesimo, quando ancora sussisteva la idola- tria, se si fossero poste nelle chiese o luoghi pubblici delle sacre adunan- ze alcune immagini, i pagani avreb- bero credulo che i cristiani loro rendessero lo stesso culto , eh' essi dirigevano ai loro idoli. Conseguen- temente in pubblico si astennero da un tale uso , ed è perciò che se ne scorgono poche vestigia nei primi tre secoli, tranne però quel- le delle catacombe e cimiteri, ove se ne vedono ancora i monumen- ti. Secondo l' asserzione di s. Ire- neo, adv. haer. 1. i, e. 25, i car- pocraziani, eretici del secondo secolo, avevano delle immagini di GesU Cristo, di Pitagora e di Platone, cui prestavano lo stesso culto che i pagani rendevano ai loro eroi. Altra ragione che dovea far teme*

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re di onorare pubblicamente le immagini. Alcuni apologisti scriven- do contro i pagani dissero , che i cristiani nelle loro radunanze non avevano ne immagini , simula- cri, perchè adoravano un solo Dio puro spirito, che non può essere rappresentato da alcuna figura . Nuiladimeno Tertulliano, De piidi- cit. e. 7, che scrisse nel principio del tei-zo secolo, ci dice che Gesù Cristo sotto la immagine di Buon Pastore era rappresentato sui vasi sacri e in fondo ai calici o tazze che servivano ne' cimiteri alla sa- cra Eucaristia e alle agapi , come attestarono altri pure dicendo che i sacri cimiteri furono adorni di misteriose immagini dell' antico e nuovo Testamento, di simboli ed emblemi tutti ordinati a confor- tare Io spirito degli eroi della primitiva Chiesa. Alcuni de' sud- detti fondi di calici o tazze col- r effigie del Buon Pastore , so- no stati tolti dai cimiteri , do- v'erano murati pressoché sempre al sepolcro de'martiri, e trasporta- ti ne' pubblici e privati musei. Il museo cristiano della biblioteca va- ticana ne conserva piti d'uno, e ne conserva molti dell'età medesima, cioè se non anteriori almeno con- temporanei a Tertulliano, con al- tre storie sacre, e immagini di va- ri apostoli e martiri. Tertulliano divenuto montanista, rinfacciò alla Chiesa romana l'abuso che faceva di queste immagini del Buon Pa- store nel fondo de' mentovati calici. Le testimonianze del Baronio intorno all' antichità delle sacre immagini, massime del Salvatore, di Maria, degli apostoli e de* mar- tiri, le riportammo più sopra. Eu- sebio attesta di aver veduto im- magini di Gesù Cristo, di s. Pie-

IMM tro e di s. Paolo ch'erano stale fatte a* loro tempi, come si legge neir^w;. eccl. 1. 7, e. 18. Di una antica immagine del Salvatore che dicesi donata da s. Pietro al sena- tor Pudente, e dell'immagine del s. Apostolo fatta presso quella che conservava s. Silvestro I, ne parlam- mo a Chiesa di s. P ras sede (l^edi)^ ove si venerano. Il Piazza weW E- merologìo di Roma pag. 1 13, nella digressione che fa dell'origine e culto antico misterioso ed utile nella Chiesa delle sacre immagini, dice esistere nella basilica vaticana le immagini de' ss. Pietro e Paolo mostrate dal Papa s. Silvestro I all' imperatore Costantino il Gran- de ; ed aggiunge che di altre an- tichissime immagini venerate in al- tre basiliche, accuratamente scrisse monsignor Ciampini. Il medesimo Eusebio parla di un certo Leuca Carino che avea inventato un li- bro intitolato yiaggi degli aposto- li^ nel quale insegnava l'errore dei doceti o dociti, di cui fu invento- re Giulio Cassiano, i quali eretici ammettevano il mistero dell'incar- nazione successo in visione, e non in realtà, onde attribuivano a Cri- sto corpo fantastico ed ideale. Pre- tendesi che detto libro sia citato da Clemente Alessandrino col no- me di Tradizioni, dunque è del secondo secolo. Ma al dire di Fo- zio che ne fece un compendio, cod. ii4> Leuca Carino domma- tizzava contro le immagini, come gì' iconomachi, ciò che non avreb- be fatto se allora alcuno non a- vesse reso loro qualche culto, fi- gli si fondava sopra ciò, che un cristiano per nome Licodemo ave- va fatto fare un'immagine san Giovanni, cui coronava ed onora- va: pratica ch'era stata disappro-

IMM vata dallo stesso s. Giovanni. Que- sta storia è senza dubbio favolosa, ma la censura di Leuca sarebbe assurda, se alcuno non avesse o- norato le immagini nel suo tem- po, cioè nel secondo secolo.

I protestanti sono troppo arditi quando asseriscono non esservi al- cun vestigio del culto reso alle immagini avanti il fine del quar- to secolo. Mosemio, più guardingo, non ebbe l'audacia di affermarlo, Hist. christ. saec. I, § 22. S. Ba- silio più istruito dice nell' epist. 860 ad Julìan. che questo culto è di tradizione apostolica; laonde lo si doveva sapere più nel quar- to che nel sedicesimo secolo. Come allora era cessato il pericolo d*ido- latria, il culto de'santi e delle lo- ro immagini divenne più comune e più manifesto; però non si deve conchiudere che abbia cominciato allora, poiché si professava di crede- re e di praticare soltanto ciò che si aveva appreso per tradizione. I pro- testanti sono soliti di dire, prima della tal epoca non troviamo al- cuna prova positiva di tal uso, dunque cominciò allora: questa prova è solo negativa, e nulla con- chiude; essa è combattuta da una prova positiva generale che la di- strugge, cioè che sino dai primi secoli si fece professione di non far novità. Così il Bergier. Se ancora in oggi da' piotestanti si tacci d'i- dolatria il culto delle sacre imma- gini, è a vedersi il Zaccaria nel suo jfinti-Feb rollìo i L I, p. VII. Quanto alla qualità del Cullo (Fedi) dovu- to alle sacre immagini, lo dicem- mo in quell'articolo, ove si fa la distinzione del culto di latria do- TUto a B'ìOi di quello d'iperdulia dovuto alla Beata Vergine, e di quello di dulia dovuto a tutti i

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santi. Nel settimo secolo i mao- mettani si unirono ai giudei nel- l'errore che aveano delle immagi- ni, e si fecero un punto di reli- gione di distruggerle. Nel principio dell'ottavo secolo, l'imperatore Leo- ne HI [' IsaiirìcOj uomo ignorantis- simo, ch'essendo semplice soldato era divenuto augusto, pieno degli stessi pregiudizi, ftroibì con un empio editto il culto delle imma- gini come un atto d'idolatria, e comandò di atterrarle in tutte le chiese e luoghi; questa persecu- zione e nefanda eresia riempi l'im- pero di stragi e di crudeltà, pef obbligare i popoli ad esegufre ì suoi riprovevoli ordini. Quelli che' si conformarono a tale decisronef furono chiamati iconomachi, nevaio ci delle immagini, e iconoclasti^ spezzatori delle immagini ; per lo- ro parte, essi appellarono gli oi'to- dossi iconoduli e iconolatri, servi o adoratori delle immagini; racconta la storia il Bernino, e noi la facemmo in compendio all'arti- colo Iconoclasti. Primieramente vi si oppose con sommo zelo ed energia il Pontefice s. Gregorio II che fu imitato dai successori j co- me nella persecuzione ed eresia r imperatore ebbe altri augusti a seguaci. Condannò s. Gregorio II l'imperatore, dopo averlo inutil- mente con paterna sollecitudine invitato ad emendarsi. 11 Severano nelle Memorie sacre, a pag. 66, parla di una parte della bolla di s. Gregorio III contro i profana- tori delle immagini, rinvenuta nel- l'altare maggiore dell' antica cap- pella di s. Maria della febbre nella basilica vaticana, e scolpita in pietra. S. Giovanni Damasceno scrisse tre discorsi per difendere il culto delle sacre immagini, e la

VOL. XXXIV.

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pratica della Chiesa : gli fu perciò troncata dagl' iconoclasti la mano con cui aveva scritto, e mentre sta- va appesa nella piazza a vista del popolo, il santo la chiese per gra- zia air imperatore e V ottenne; quindi applicandola al proprio brac- cio, gli si riunì per miracolo del- la ss. Vergine, siccome raccontano molti storici ecclesiastici ed il Ri- naldi all'anno 728. I protestanti commendarono il furore degl' im- peratori iconoclasti nel distruggere le sacre immagini, ma non ardi- rono approvar le stragi e le inau- dite crudeltà che commisero con- tro di esse e i loro veneratori. S. Gregorio II scrisse all' impera- tore Leone, che quando andava nella basilica vaticana, in veder $olamente l'immagine di s. Pie- tro dipinta, si compungeva e pian- geva dirottamente. In questa basi- lica vi si portò con tutto il popo- lo a piedi nudi, e processionalmen- te Stefano IV dopo aver celebra- to in Laterano un concilio per promulgarvi il decreto a favore delle sacre immagini. Indi s. Pa- squale I neir824 diede ricovero in Roma, ad esempio de'suoi prede- cessori, a molti monaci ed altri greci, esiliati come osservatori del culto delle sacre immagini. I gre- ci fuggitivi portarono nell' Italia ed altrove molte sacre immagini, mas- sime del Salvatore e della Beata Vergine, che ancora sono in gran- de venerazione pei miracoli da Dio operati ai loro di voti. Dipoi la prima domenica di quaresima fu dai greci chiamata Doniinica Or- tìiodoxià, perché in tal giorno do- po cessata la persecuzione delle sante immagini, celebravano la fe- sta della loro esaltazione, procura- ta ancora dall'imperatrice Teodo-

IMM ra dopo la morte dell' imperatore Teofìlo nemico delle immagini, e fautore dtgli eretici iconoclasti . Veramente i greci in seguito abu- sarono delle sacre immagini con diversi atti e riti descritti dal p. Panlaleone domenicano nel suo trattato contro gli errori de'greci. Ecco i canoni de' principali con- cilii risguardanti le sante immagini, »» Chiunque disprezzcrà l'uso della Chiesa intorno alla venerazione del- le sante immagini; chiunque le to- glierà, le distruggerà, le profanerà, o ne parlerà con disprezzo sarà privato del corpo e del sangue di Gesù Cristo, e separato dalla co- munione della Chiesa". Conc. di Roma an. 782 sotto il Papa s. Gregorio III. »» Dopo averci dato tutto il tempo, e tutta l'esattezza possibile, noi decidiamo che le san- te immagini, tanto di colore, come di rilievo, o di qualunque altra maniera convenevole, saranno pro- poste, come la figura della croce, tanto nelle chiese sopra i vasi e gli abiti sacri , sopra le muraglie o le tavole, che nelle case e nelle strade; cioè l'immagine di nostro Signore Gesìi Cristo, della sua ss. Madre, degli angeli , e di tutti i santi. Imperciocché quanto più spes- so si vedono nelle loro immagini, tanto più quelli che le mirano so- no eccitati a ricordarsi e ad ama- re gli originali. A queste immagi- ni si deve rendere il saluto e l'a- dorazione di onore, non la vera la- tria, ch'esige la nostra fede, e la quale non conviene che alla natu- ra divina ; ma si useranno verso di queste immagini l'incenso e i lumi, come costumasi verso la cro- cCj agli evangeli e ad altre cose sacre, secondo il pio costume dei maggiori : imperciocché l'onore del-

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la immagine passa all'originale, e chi adora la immagine adora il soggetto cui rappresenta. Tale è la dottrina de' santi padri, e la tra- dizione delia Chiesa cattolica. Cosi noi seguiamo il precetto di s. Pao- lo ritenendo le tradizioni che ab- biamo ricevuto. /. Thess. II. Quelli adunque che ardiscono pensare o insegnare altrimenti, che abolisco- no come gli eretici le tradizioni della Chiesa, che introducono del- le novità, che tolgono qualche co- sa di ciò che conservasi nella Chie- sa, il vangelo, la croce, le imma- gini, o le reliquie de' santi; che profanano i vasi sacri, o venerabili nionisteri, noi ordiniamo che sieno deposti se sono vescovi o chierici, e scomunicati se sono monaci o laici ". FU Conc. gen. il secondo NicenOy Vanno 787. « Il culto del- le immagini non è un'idolatria, come lo pretendono gli eretici, per- chè i cattolici non le adorano co- me Dio, ne credono in quelle qual- che divinità ; ma se ne servono u- nicamente per ricordarsi del Fi- gliuolo di Dio , e per eccitarsi ad amar quello di cui veggono la rap- presentazione, per imitare le sue sante azioni, e per domandarne la grazia a Gesù Cristo. Non ci pro- striamo noi dunque davanti le im- magini, come davanti ad una di- vinità, ma si adora quello che gli ha fatti santi. Le immagini servo- no a* semplici per eccitarli ad imi- tarne la virtù ". Conc. di Sens an. i528, i4 ^^^- »» Si devono avere e conservare principalmente nelle chiese le immagini di Gesù Cristo, della Vergine Madre di Dio, e de- gli altri santi, e far loro rendere l'onore e la venerazione dovuta. Non già che si creda esservi in esse qualche divinità o qualche virtù

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per la quale debbasi rendere loro questo culto ; ovvero che sia ne- cessario domandar loro qualche co- sa, o fermar in esse la nostra con- fidenza, come facevano un tempo i pagani, che mettevano le loro spe- ranze negl' idoli ; ma perchè l'ono- re che loro si rende è riferito agli originali cui rappresentano, di ma- niera che per mezzo delle immai- gini che noi baciamo, e dinanzi al- le quali noi ci scopriamo il capo e ci prostriamo, adoriamo Gesti Cristo, e rendiamo i nostri osse- qui ai santi, de' quali portano la rassomiglianza, siccome fu definito dai decreti dei concili!, particolar- mente del secondo Niceno contro quelli che attaccavano le immagi- ni ". Conc. Tremo sess. 2 5, de- cìs. della invocazione de' santi. Nel- la qual sessione il medesimo con- cilio de sacris immaginibns, emanè» il seguente decreto per reprimere l'arbitrio de' superiori delle chiese di cambiar le immagini de' santi , a* quali furono consccrati gli alta- ri. » Non essere permesso ad al- cuno di porre o di procurare che venga posta qualunque immagine in alcun luogo o chiesa anche pri- vilegiata, se l'immagine non sia sta- ta approvata dal vescovo ".

Le sacre immagini sogliono be- nedirsi con orazioni e riti prescrit- ti dal Pontificale ronianum nella seconda parte, de benediciione novac crucis; de benedictione imaginis B. M. Virgìnis; de benedictione ima^ ginum alioruni sanctoriun. Delle be- nedizioni che il Papa comparte alle immagini con indulgenza, V. Be- nedizioni e CoROJJE DivozioNALi. Sul- la Coronazione delle sacre ivima' giniy V. questo articolo, ove si ri- porta l'origine ed il rito. Al voi. XXV, p. 3 04 del Dizionario, r^

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porta m tuo come il cappuccino for- livese fr. Girolamo Paolucci, si vuo- le che sia stato il primo a coro- nare solennemente le sante imma- gini. Il Buonarroti nelle Osserva- zioni sopra' i vasi antichi di vetro dice che probabilmente gì' impera- tori dopo la restituzione del culto alle immagini sante, lasciarono le diademe o nimbo per ornamento delie sole sacre immagini, trala- sciando di farle ture ne' loro ritrat- ti. Il medesimo parla delle lettere o iscrizioni poste dagli antichi per ispiegazione alle figure dipinte; e delle lettere nelle vesti delle figu- re delle pitture antiche. Le quali osservazioni riprodusse l'Adami nel- le sue Ricerche sul carcere Tulliano a p. 147. Del legato pio delle corone d'oro istituito nel capitolo vaticano dal conte Alessandro Sforza, di che parlammo al citato articolo Coro- nazione, ne tratta pure il Piazza neìì'Euseuologio romano, tratt. Ili, cap. VII. Della particolare divozio- ne de' moscoviti verso le sacre im- magini ne discorrono il Macri, ver- bo Icona, ed il Sarnelli nel t. I, p. 25o. Tale è la riverenza de'mo- scoviti verso le immagini sante, che i nominati scrittori dicono ch'en- trando essi nelle case prima «alu- tano le immagini, poi il padrone della abitazione , questa divozione però non è esente da superstizioni. Anticamente e sino ad Alessandro "VII i servi di Dio pubblicamente si beatificavano col porre la loro immagine sopra la porta di qual- che chiesa, ciò che ora si fa per indicare la festa che ivi si celebra del medesimo. Dei riti della Ca- nonizzazione e Beatificazione, e del modo come in tali funzioni si espon- gono alla pubblica venerazione le immagini dei servi di Dio defunti.

IMM si parla ai nominati articoli, e nel primo pure dell'origine degli sten- dardi colle sacre immagini.

Il Vettori a pag. 106 del Fiorino d'oro dice che nelle monete per se- gno di verità della materia e del pe- so s'incominciò ad imprimervi il no- me di Dio o di alcun santo, od il segno della croce, e che per que- sto istesso motivo nelle medaglie antiche si trovano scolpite l'ellìgie dei cesari, perchè se ne venerasse- ro e rispettassero le loro imma- gini dai popoli i pili lontani , ed acciò ninno ardisse alterarne la for- ma. Il Borgia nelle Memorie sto- riche a pag. 58 dichiara come le immagini de' santi nelle monete è segno della loro protezione delle città o regni ai quali appartengo- no le monete istesse. I fondatori o restauratori de* sacri templi so- levano porre nei medesimi le loro immagini, come si fa oggidì nelle solennità in cui nelle chiese si espon- gono le immagini de' sovrani e Pontefici regnanti, de'cardinali pro- tettori, titolari e diaconi delle me- desime. Analoghe erudizieni le ri- porta il Borgia nel tom. I, p. 4^ delle suddette Memorie ist.oriche; e siccome i gentili solevano riporre le immagini de' principi ne' luoghi sacri, i romani ammettevano per legittima l'elezione degl'imperatori greci, con ricevere le loro imma- gini ed esporle nel principal tem- pio o sia nella basilica lateranen- se, ed altrettanto praticavasi nelle città provinciali, f^. Imperatore. Dell'esporre in Roma le immagini de' sovrani nelle loro chiese nazio- nali, ciò che non fa in quella ove il Pontefice tiene cappella pa- pale , ne parlammo al volume IX, pag. 9?. del Dizionario. Fedi Ri- tratti , ed il Paleotti , De ima*-

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ginibus sacris et profanis, Ingolsla- dii.

Naturalmente in Roma, siccome centro del cattolicismo, innumera- bili sono le sacre immagini che ivi si venerano, antichissime e mira- colose : all'articolo Chiese di Roma, ed agli articoli relativi non man- cammo trattarne. Come pure delle immagini sacre più celebri che so- no sparse per tutto il mondo, del- le principali se ne discorre a"" loro articoli. Delle più rinomate sante immagini di Roma ne trattano il p. Giovanni Severano, nelle Me- morie sacre delle sette chiese, il Paociroli ne Tesori nascosti; il Piaz- za nelle sue opere; Pietro Bom- belli nella sua Raccolta di quel- le coronate; il Costanzi neil' O^- servatore di Roma nel libro VI de' luoghi in cui si venerano sacre immagini prodigiose, al cui capo 1 V novera le immagini della B. Ver- gine coronate dal capitolo vatica- no. D. Giovanni Marchetti, poi ar- civescovo, nel 1797 colle stampe del Zempel pubblicò in Roma col- le rispettive immagini incise; Z?e'/?ro- digii avvenuti in molte sacre im- magini specialmente di Maria ss. secondo gli autentici processi com- pilati in Roma; con breve raggua- glio di altri simili prò digii compro- vati nelle curie vescovili dello sta- to pontificio. In Roma molte delle sacre immagini delle chiese e pub- bliche strade dipinte od in istatua incominciarono ad aprire gli occhi, alzare e girare le pupille, ed al- cuna a lacrimare a' 9 luglio 1796, e durarono si fatti prodigi fino al- la metà circa di gennaio 1797; miracoli, che per la loro specialità, frequenza, durata, e numero risve- gliarono la generale divozione e compunzione. Pio VI che allora

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regnava, dopo aver con rigorosi pro- cessi tutto verificato , vedendo e considerando le calamità che so- vrastavano ai suoi dorainii ed a tutta la Chiesa, che fatalmente eb- bero pur troppo effetto, ordinò le missioni e prediche in sei delle principali piazze di Roma, e pubbli- che processioni di penitenza; fece esporre le reliquie maggiori in un ai Volto Santo nella basilica vati- cana, l'immagine del ss. Salvatore ad sancta sanctorum, e quella del- la B. Vergine nella chiesa di s. Ma- ria in Campi telli, e prescrisse ora- zioni e digiuni per placare l'ira di- vina, ed implorarne misericordia, dappoiché cogli indicati ripetuti straordinari prodigi furono i po- poli avvertiti della catastrofe che pose sossopra tutta l' Europa ed altre parli del mondo nel declina- re del secolo passato, e nei primi anni del corrente, di cui ancora deploriamo le orribili conseguenze. Le sagre immagini di Roma, del- le quali pienamente consta il ripe- tuto prodigio, sono quelle dell'Ar- chetto ; l' Addolorata nella chiesa degli agonizzanti; al vicolo delle Muratte; nel palazzo dell'Impresa; l'Addolorata presso 3. Andrea della Valle; T Immacolata in s. Nicola de' Lorenesi; l'Addolorata presso la chiesa nuova ; il Crocefisso in casa Pucci; l'Immacolata in s. Silve- stro in Capite; di Maria del Cena- colo in detta chiesa; l'Assunta in s. Maria in Vallicella ; di Maria della Lara pana in s. Giovanni di Dio; di Maria delle Grazie nella vecchia chiesa dell' ospedale della Consolazione; della Vergine sulla piazza dell'Olmo ; del ss. Rosario in rilievo in casa Galh ; di Maria sotto l'arco di Grottapinta; del Carmelo a s. Martino a' Monti ;

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altra simile nella cappella interna del Noviziato ; del ss. Crocefisso in s. Giovanni in A ino ; dei ss. Ro- sario all' arco della Ciambella ; di Maria sotto l'arco del palazzo Brac- ciano o Odescalchi ; della stessa sotto il palazzo delia Consulta ; della medesima nella cappella privata di casa Bolognetti; dell'Addolorata in piazza Madama; delia Madonna di Guadalupe in s. Nicola in Carce- re ; e dell'Addolorata sul cantone della piazza di Gesù. Delie altre immagini delie quali erano inco- minciati i formali processi il Mar- chetti ne riporta l'indice a p. LIX. Nell'appendice poi tratta di eguali prodigii delle immagini d'Ancona, Maria regina di tutti i santi detta di s. Ciriaco; di Torriceiia nella diocesi di Taranto, statua di legno rappresentante Maria delle Grazie ; quella delia Vergine di Arezzo, pel* non dire di altre fuori delio stato pontificio ; di Veroli ed altri luo- ghi delia diocesi , come Torrice e Ceprano, ec. ec; di Frascati l'Ad- dolorata ; di s. Angelo in Vado ed Urbania, diverse immagini ; Mer- cateiio luogo di tal diocesi ; del convento di s. Liberato diocesi di Camerino; di Calcata diocesi di Civita Castellana; e di Todi due immagini. Il Giornale ecclesiastico di Roma tratta pure di questi pro- digii, cioè nel tom. XI, pag. i46 e 147; e tom. XII, pag. 2. Dei medesimi discorre monsignor Cal- dassarri nel tom. II, pag. 896 e seg. della Relazione delle avversità e patimenti di Pio VI, spiegando la chiusura ed apertura degli occhi della Beata Vergine nelle sue im- magini, due materni virtuosi efietti che voleva eccitare nel cuore dei cristiani, i quali erano di dolore e di fiducia. Altre erudizioni delle

IMM immagini sacre e profane si posso- no vedere negli analoghi articoli di questo Dizionario j nel Marangoni, Delle cose gentileschej nel Buonar- roti nelle Osservazioni sui vetri antichi: e nel Zaccaria, Storia let- teraria p. 44 e seg., tom. II. Delle immagini poste nelle chiese, cap- pelle, oratorii,ec. quali Tabelle vo- tive, V. quell' articolo. Ne' luoghi ove si fulmina V Interdetto (Vedi)^ le immagini e le croci vengono coperte di nero, e si depongono sul suolo.

IMMERSIONE. V. Battesimo,' Battister^o, Diaconesse, Fonte sa- cro.

IMMUNITÀ', Inw}unitas. Privi- legio, esenzione da un dovere, da un tributo, o da un'imposizione qualunque. Questo vocabolo signi- fica pure libertà, franchigia, asilo o luogo di sicurezza, in cui non è permesso usare violenza nemmeno contro i colpevoli , vSenza le debite licenze. Laonde non solo diremo dell' immunità propriamente detta, ma ancora dell'asilo e delle fran- chigie. Il vocabolo immunità fu par- ticolarmente usato per le immuni- tà ecclesiastiche, per cui parleremo prima brevemente dell' asilo. Il luogo di rifugio per un reo , ac- ciocché non cada nelle mani della giustizia, fu detto asilo con voce greca, che diversamente pronuncia- ta, in una maniera significa traho, e neir altra spolio j dappoiché i rifugiati dal luogo sacro pote- vano essei'e estratti , spogliali di ciò che seco avessero recato. Dapprima si concedette l' asilo qua! misericordioso privilegio agli omi- cidi involontari, e per delilli d' in- avvertenza fortuita; poscia venne esteso ad ogni gran colpevole , e talmente ne crebbero gli abusi e

IMM gì' inconvenienti, che non bastando le leggi emanate per reprimerli, si dovette venirne alla soppressio- ne. Il privilegio dell' asilo fu da Dio istituito, quando ordinò a Mo- neir ingresso del popolo israeli- tico nella Terra Promessa, che sta- bilite fossero sei città di rifugio, nelle quali ritirar si potessero con sicurezza coloro , i quali o casual- mente o pure in qualche rissa uccidessero alcuno ; ma non già a caso pensato, o con insidie preme- ditato , e di queste città trattasi nell' Exodo cap. 2 1 , nei Numeri e. 35, e nel Deuteronomio e. 4 e 19. Questo privilegio fu conce- duto ancora al tabernacolo in cui era V altare degli olocausti, come si legge nel libro 111 dei Regi cap. I, V. 5o, ove si dice eh' essendo sta- to abbandonato Adonia dai suoi fautori che lo avevano acclamato re, e vedendo Salomone eh' erasi rifugiato presso l' altare , lo fece assicurare della vita, e che godes- se l' asilo. Che anco il tempio fabbricato poscia da Salomone godesse l' asilo , si ha dal capo XI, del IV libro de' Re , ove si legge che l'empia regina Atalia essendo entrata nel tempio, il som- mo sacerdote Jojada ordinò : non occidatur in tempio Domini ^ e perchè rea di mille morii, fu quin- di estratta ed uccisa. Le sei città d' asilo degli ebrei erano tra le quaranl' otto assegnate ai leviti nel- le altre tribù: del beneficio del- l' asilo godevano non solo quelli della nazione ebraica, ma tutti gli altri di qualunque paese e culto. Non avevano ricetto nelle città di asilo, oltre gli uccisori con animo deliberato, i rei di altri delitti, co- me di furti, adulterii ed altre scel- leratezze: Gioab per avere ucciso

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con insidie e con animo deliberato Abncr ed Amasa, benché si fosse ri- covrato nel tempio, e tenesse con le mani il corno dell'altare, non volen- do uscire dal luogo ivi fu scannato da Banaia per comando di Salomone. Siccome gli ebrei non avevano che un tempio ed un tabernacolo , e quindi era probabile che recando- visi da tutte le parti gli omicidia- rì, essi avrebbero turbato colla lo- ro moltitudine il servigio divino , ovvero quando ne fossero espulsi riparando in paese straniero potes- sero traviare con adorare i falsi dei, cosi venne stimata salutare provvidenza lo stabilimento delle cit- tà di asilo. Tutti quelli che frui- vano dell' asilo, ivi potevano resta- re finche fosse esaminata la pro- pria causa, e fosse morto il sommo sacerdote , sebbene avessero fatto constare di avere commesso 1' omi- cidio per difesa della propria vita. Morto il sommo sacerdote, il rifu- giato riacquistava la sua libertà, e poteva ricondursi liberamente in patria od altrove. Erodoto nel li- bro II narra che in Egitto alla fo- ce del Nilo era un luogo di fran- chigia, cioè il tempio di Ercole, al quale se fuggivansi gli schiavi, era- no liberi dalla servitù, ed era sti- mata cosa nefanda e sacrilega il toccarli. Strabene fa menzione deU r asilo d' Osiride nel medesimo E- gitto ; altri di quello di Tebe che perciò si aumentò di popolazione. Il p. Menochio nel tom. Ili, p. 371 ci il cap. XIX: Degli asili cioè luogJd di franchigia appresso gli antichi.

Ad esempio degli ebrei i gentili greci e romani , ed altre nazioni istituirono gU asili ed i luoghi di franchigia in diversi luoghi e in parecchi de' loro templi, stabilendo

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che fossero luoghi d' immunità a sulla piazza ove è ora la statua quelli che per qualche delitto vi equestre di Marco Aurelio; lo cir- si rifugiassero, per cui non si pò- condò con un boschetU) di querele, levano i rei estrarre da essi vio- e l'uno e l'altro fu poscia dedicato lentemenle. Tra i greci si vuole a Giove, e dichiaralo luogo sacro, che l'asilo fosse inventato dai ni- Di quest'asilo istituito da Romolo poli di Ercole in Atene, temendo a coofugio di sicura ft-anchigia, se le insidie di coloro i quali afflitti fosse aperto tra due boschi , se vi erano stati dal loro avo. In Atene fosse alcun tempietto sacro alla pertanto sei asili erano in altiet- Misericordia, a Veiove o a Cei*ere, tanti templi, cioè in quelli della Mi- ne tratta il Nardiui nella Roma ^ericordia, delle Eumenidi, di Mu- amica p. 281, 289 e 290. E sic^ nichia, e ne'due di Teseo. Aflinchè come ancor lui alferma che l' asi- però un tal privilegio non servisse lo fu sempre sul Campidoglio, non di fomento ad eccessivi delitti, in sembra probabile l'opinione d' ai- alcuni casi più enormi non som- cuni riportata dal Severano a p. ministra vasi cibo al delinquente , 333 delle Memorie sacre , che onde moriva di fame, oppure apr 1* asilo o tempio della Misericor- piccatovi il fuoco era costretto ad dia , sorgesse ov' è al presente la uscirne. Bella è la sentenza di Plur chiesa di s. Maria Egiziaca. A tarco sugli asili od immunità : Si quest' asilo concorse da ogni parte terra ab eas invenire poteris Urbes moltitudine di gente facinorosa ed mitris , liUeris y regibiis , doniibus , armigera, col di cui valore inco- opibus numismate carenles : Urbeni minciò l'ingrandimento di Roma; templis , diisque carentem nenio quindi l'asilo, anche tra' romani, iispiani yidit. La religione nacque fu tenuto per santuaiio di religio- poir uomo , il rispetto e la vene- ne, come scrisse Livio iib. 35. Non razione ai luoghi , cose e persone ostante che i romani concedessero sacre rimonta all'origine dell' uo- a' templi l'asilo e l'immunità di ino. Il citato Strabone fa pure coloro che vi si rifugiassero, tut- memoria dell'asilo di Nettuno pres- tavolta in molte occasioni ritrovasi so Froezone, e di Apollo nella So- che non lo praticarono. Volendo ria, tutti luoghi considerati sacri Tulio Ostilio re di Roma che fos- e venerabili. In progresso i greci se distrutta la città d' Alba, co- dierono asilo ai rei, non solo pres- mandò che ne fossero eccettuati i so i templi, gli altari e le statue templi : non permise però che gli degli dei, ma pure presso quelle abitanti vi si rifugiassero, e pose degli eroi, dappoiché credevano che alle loro porle soldati a custodirli, i numi stessi fossero i protettori per cui i fuggitivi albanesi si que- dei rei , ed i vendicatori di chi relavano di dover lasciare come violasse l'asilo, rispetto al quale si imprigionate le loro deità. Dipoi accordava l' impunità ai 'più gravi nella guerra civile tra Caio Mario delitti. Ad imitazione de'greci, Ro- e L. Siila, essendo esausto l'erario, molo a fine di popolare la sua il senato spogliò i templi degli dei nuova città di R.oma, formò sul di tutti gli ornamenti d'oro e di Campidoglio un asilo ch'era situa- argento, impiegandoli per stipendio Ip, §ecopdo i più accurati storici, delle milizie. Non però tutti i terar

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pli di Roma, come di altre regio- ni, godevano quest' asilo, quantun- que fossero consacrati, ma sola- mente quelli che con tale speciale distintivo fossero privilegiati nel- l'atto della loro consacrazione, scri- vendo Servio neir Vili libro del- l' Eneide : Asìliun vocari non quod- \>is (templum)y sed cui consecra- lionìs lege esset concessum . Ma essendosi a tempo di Tiberio imr peratore talmente ampliata la li- bertà d' applicare 1' asilo a' templi, massime nella Grecia, per cui que- sti si riempivano di enormi disso- lutezze, Io stesso principe abolì il privilegio e jus degli asili di tutti i templi. Al dire di Tacito, il qua- le narra che la questione fu ven- tilata in senato, sembra che Tiberio abolisse soltanto gli asili fuori di Roma, non quelli della città. Ag- giunge Tacito che i templi erano divenuti pieni d' una moltitudine di debitori insolvibili , di schiavi malvagi, sui quali penavano i ma-» gistrati ad esercitare la sorveglian- za della legge , dacché il popolo proteggeva i delitti degli uomini , come le cerimonie degli dei.

Il privilegio degli asili, dopo l'in- Iroduzione del cristianesimo, passò dai templi pagani alle chiese cristia- ne, e venne ad esse conceduto o confermato da vari Pontefici, im- peratori e concilii , essendo la re- ligione cristiana tutta carità e mi- sericordia verso i delinquenti. Ap- pena r imperatore Costantino ebbe ricevuto nel Laterano il battesimo, come riferisce il Baronie all' anno 324, num. 19, nei sette giorni, che dopo di ciò rimase colle vesti bian- che, promulgò sette leggi, la quin- ta delle quali fu il concedere l'im- munità a tutti coloro, i quali rei di qualche delitto rifugiati si fos-

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sero nelle chiese. Dice inoltre che ciò ricavasi dagli atti del Papa s. Silvestro I, i quali per attestato di s. Gelasio I, che fiorì circa un secolo dopo, erano così autentici, che non solo in Roma, ma in altri luoghi leggevano pubblicamente nelle chiese de'cattolici, 11 giustis- simo rispetto dovuto alle chiese coi- rne case di Dio in terra, e luoghi sacri, l'osservarono tutti gl'impera- tori cattolici successori di Costantino, tranne Aicadio che per istigazione dell' eunuco Eutropio emanò una legge che i rifugiati nelle chiese fossero violentemente estratti, quin- di puniti secondo i loro delitti. Dio castigò il potente eunuco, dappoi^ che caduto dalla grazia imperiale, e cercalo a morte, non riconobbe altro scampo che rifugiarsi nella chiesa di Costantinopoli. Fremendo però le milizie contro il malvagio, Arcadio per frenarle con una nuova legge confermò l'antica immunità della chiesa; ma ciò non bastando, s. Giovanni Crisostomo già perse- guitato dall'eunuco perchè ne ri-^ prendeva i vizi , mentre Eutropio colle mani stava attaccato all'alta^ re, salito sul pergamo peroiò ai soldati, e colla sua facondia otten- ne che gli fosse donata la vita, e non permise che fosse estratto dalla chiesa, se prima il magistrato non si obbligò con giuramento di non ucciderlo, onde fu rilegalo in Cipro, Neil' anno medesimo 899 venne confermata l' immunità del^- la chiesa, con altra sua legge per l'Afiica da Onorio fratello di Ar- cadio, il quale di più nel 4^8 in- sieme con Teodosio li stabilì un'al- tra legge, dichiarando rei di lessi maestà coloro i quali alcun reo eslraessero dalla chiesa. U medesi- mo Teodosio II nel 4^1 ampliò

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sominnmenle tale legge, estenden- do l'asilo delle chiese non solo si- no alle porte di esse, ma ancora ai loro portici, atri, abitazioni, or- ti e bagni, quale distesamente fu ìnserila negli atti del concilio ge- nerale celebralo in Efeso nello stes- so anno, sebbene per alcuni casi occorsi, gli convenne poscia correg- gerla. Nell'anno 4^6 l'imperatore Leone altra legge amplissima e severissima promulgò contro i vio- latori di questa immunità delle chiese, perchè il capitano Ardabu- rio ariano , volendo far estrarre un rifugiato dal monistero degli a-> cemeti, visibilmente apparve sopra quel luogo l'immagine del Croce- fisso circondata di fuoco, che vi- brando per ogni parte folgori con- tro gì' insolenti soldati, li pose in fuga. Lo stesso Leone annullò la legge del predecessore Teodosio I, in cui comandava a' vescovi , che prestando il rifugio nelle chiese a coloro ch'erano gravati di qualche debito, eglino pagassero a* credito- ri la somma dovuta.

iVei primi anni del quinto seco- lo avendo Alarico re de' goti pre- sa Roma, la saccheggiò, e pubblicò un editto col quale perdonò e lasciò la vita e le facoltà non solo de'cri- stiani, ma eziandio de' gentili , i quali eransi rifugiati nell'ampia ba- silica di s. Pietro; onde moltissi- mi gentili colle loro ricchezze go- derono nella chiesa di Cristo quel rifugio ed immunità eh' eglino ed i loro maggiori conceduto non a- veano in tali casi ai templi delle deità che adoravano. Il citato Se- vcrano, descrivendo a pag. ^02. ì pregi delia basilica di s. Paolo, di- ce che i barbari anche a questa portarono rispetto, facendola asilo e franchigia come quella di s. Pie-

IMM tro, che perciò vi si recarono le ss.. Marcella e Principia, siccome te- stifica Procopio, De bello goth. 1. 2. Ivi racconta come furono puniti da Dio con fulmini i soldati del du- ca Ermanno, per aver occupato t prati circostanti alla basilica di s. Paolo. A pag. 588 parlando della basilica Costantiniana Lateranensc dice che fu pure chiamato tempio della Misericordia ed asilo, che per- ciò vi erano tre porte, sempre a- perte, come meglio dicemmo nel volume XII, pag. 19 del Diziona- rio, All'articolo Chiesa (Vedi)^ § VII, della venerazione die si deve alla chiesa, parlammo dell'antichis- sima sua immunità, e di alcuni autori che scrissero sugli asili del- la medesima. Nei tempi poi delle successive irruzioni barbariche, e in quella dura e procellosa epoca che tenne lor dietro, quando la legge era nella spada, e il diritto nella forza , quando scompigliato ogni ordine sociale, restava qualunque violenza impunita, ed era il debo- le abbandonato all'arbitrio del più forte, la misericordia della Chiesa, unica autorità tutelare che si frap- ponesse fra gli oppressi e gli op- pressori, ampliò ed estese a molti luoghi considerati come sacri il pri- vilegio dell'asilo. E non era già per assicurare l' impunità al reo , che le leggi ecclesiastiche di quei secoli s'adoperavano a rendere così frequenti ed inviolabili gli asili; ma sibbene per dare ai persegui- tati un rifugio, per impedire il compimento di quelle atroci ven- dette, ch'erano da' feroci costumi de' tempi quasi comandate, cer- to condannate mai; per lasciar tem- po di frenarsi all'ira popolare, di calmarsi all'odio concitato degli of- fesi, di frammettersi tranquilla-

IMM mente a qua' magistrali , che in «jiialunquc modo esercitavano allo- ra la giustizia. Tutte le chiese cri- stiane servivano perciò ad asili, ed erano considerati siccome luoghi di franchigia o d'immunità, dove non aveva accesso la forza , ne la giustizia criminale. Però se i rifu* giati negli asili erano veramente colpevoli, venivano obbligati a ri- parare il male che avevano com- messo, ed erano assoggettati a pub- blica penitenza ; ma non erano mai consegnati nelle mani di quelli che gl'inseguivano, se non a patto che venissero loro salve la vita e le membra. A ciò si provvide coi de- creti di vari concilii, e fra gli al- tri in quello di Sardì, non mai di- partendosi la Chiesa cristiana da quei dettami di mansuetudine, che derivano così spontanei e naturali dalla legge di carità , sebbene da vari scrittori che scrissero su que- st'argomento, come dall'abbate Gua- sco, dall'Alessandro ab Alessandro, e dal Pistorozzi, si dimostri che l'asilo fu comune alle più barbare nazioni, essendo fallaci le assertive di fr. Paolo Sarpi, di Van-Espen, e di altri. 11 diritto d'asilo fu in diverse epoche esteso ai cimiteri, ai palazzi de' vescovi, ai chiostri di monaci e di canonici , al terreno che li circondava nella periferia di trenta passi, e alle croci pianiate sulle grandi strade. Godendo que- sto misericordioso privilegio i rei de' più atroci delitti, e siccome di tante altre benefiche istituzioni, se ne abusò cotanto che si procede senza il concorso della Chiesa al- l'abolizione degli asili in diversi stati dopo la metà del secolo de- corso, e in c(uasi tutta l' Europa dopo la rivoluzione francese, seb- bene le questioni degli asili sacri

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sono di privativa giurisdizione della Chiesa. La necessità ed utilità degli asili tuttavolta erano cessate, dacché vennero introdotte migliori leggi, e per tutto rinnovali in meglio gli ordini sociali, ormai potevano contribuire ad altro che ad incep- pare il corso della giustizia civile e criminale. Avendo Pio VII nel 1816 soppresso il rifugio d'asilo che nello stato pontificio godevano le tenute di Conca e Campo Mor- to, dipoi Leone XII nel 1826 per prudenti ragioni lo ristabilì pei de- linquenti rei di delitti, prescriven- do analoghe leggi acciò il confugio si potesse conciliare colla pubblica sicurezza. Di quesla concessione, co- me dei nominati due luoghi, se ne tratta ai voi. XII, p. 3i4, 3i5 e 321 ; e XVI, p. 236 del Dizio- nario.

L'immunità propriamente detta anch'essa è d'istituzione divina, co- me pronunziò il concilio di Tren- to nella sessione 25, cap. 20: Ec' cltsiae , persoìianun ecclesias dea- rum immuuilalcm^ Dei ordinalioiie et canonicis sanelioiiibiis constila- tam. Le chiese e i sacri templi so- no stati sempre in venerazione e culto presso gli uomini di qualun- que religione ancorché falsa, e con più di ragione le chiese dei catto- lici che professano la vera di Cri- sto, dappoiché in esse non si olire il sangue degli agnelli e vitelli co- me facevano gli ebrei, ma lo stesso Cristo con sacrifizio incruento, con la vera e reale sua presenza. Es- sendo l'immunità ecclesiastica pro- cedente dalla santità e riverenza che si deve alle chiese, è di legit- tima conseguenza che questa sia proceduta dalla Chiesa stessa ; e da chi questa Chiesa vien retta e re- golata, deve egualmente regolarsi

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e dirìgersi : raulorilà secolare non avendovi diritto, deve solo sostener- la, lulelaria e difenderla , aHìnchè la Chiesa possa in tutta l'estensio- ne esercitarla, determinarla e mo- derarla a maggior gloria di Dio, e della nostra santa religione. Al- le chiese, ai luoghi religiosi, ai ci- roiteri, ai ministri ecclesiastici , ed alle cose loro appartenenti , i ca- noni, i decreti pontifìcii, e le or- dinazioni delle autorità ecclesiasti- che, protette e difese anche dalle costituzioni imperiali e reali, hanno loro concessa l'immunità , come se si dicesse libertà, senza pesi ed one- ri. Triplice è l'ini munita, persona- Icj reale, e locale. Personale è quel- la che favorisce le persone eccle- siastiche, le quali dovendo essere continuamente occupate al servigio della chiesa, degli altari, e dei sagri- fìzi che si offrono a Dio, cosi de- vono essere esenti da qualunque occupazione e peso che a quelli non abbia relazione. P^. Chierici, Clero, ed Ecclesiastici. Reale di- cesi quella per cui le cose della chiesa debbono essere esenti dai da- zi, gabelle ed imposizioni che si debbono alla potestà secolare: non essendo questa in diritto colla sua giurisdizione temporale d'impor tri- buti e gabelle sotto qualunque ti- tolo alle chiese, loro beni e per- sone ecclesiastiche, non possono i magistrati laici decretarle , senza l'assenso della potestà ecclesiasti- ca. P^. Dizi , Decime e Beni di Chiesa. Locale immunità è quella che spetta e si conviene alle stes- se chiese, sacre case, cimiteri e Iot cali tutti alle chiese addetti ed a- derenti, nelle quali chiese e pii luo- ghi si esercita il divin culto^ ed altre opere pie e di religione, così è di dovere che questi luoghi sic-

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no esenti dagli usi ed operazioni profane. Godono V immunità loca- le non solo le chiese consacrate, ma ancora quelle soltanto benedet- te ; e la godono se anche fossero pollute ed interdette, purché non sieno per autorità del vescovo con- vertite in uso profano, mentre al- lora non godono immunità. Godo- no dell' immunità delle chiese i portici, l'atrio, il tetto, le porte, le scale, le pareti, l'area, e si esten- de al dintorno ed esterno delle chiese maggiori per quaranta pas- si, se muiori trenta, meno che una legittima causa o consuetudine a- vesse diversamente disposto; tanto si legge al can. 36 Id constiluimus, ed al can. Antiquitus di Graziano, ma oggi è derogato. Il Giraldi in Exposìtionis juris Pontificii, sect. 637j p. 47^5 salva la consuetudi- ne e lo stile comune delle colon- nette che si vedono nell' esterno delle chiese, come confine dell'im- mune. Sono immuni i campanili che distano dalla chiesa meno di trenta passi, le sagrestie ed i cimi- teri annessi, e se disgiunti quando vi esista altare; ì pubblici non pri- vati oja torli o cappelle, i conven- ti e monisteri, seminari, ospitali, ed altri luoghi religiosi eretti con autorità del vescovo; i palazzi dei cardinali anche fuori di Roma, e quelli ivi annessi alle loro chiese titolari. Sono egualmente immuni il palazzo del vescovo, o altra abi- tazione che ritenesse anche a con- duzione; le case de' canonici esi- stenti nella canonica; le case par- rocchiali, che non distano dalla chiesa parrocchiale un terzo di mi- glio, purché non siano appigionate a laici, come dichiarò la sacra con- gregazione dell'immunità, in Rea- tina i4 decembris 1628. Final

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mente alcuni dicono che il ss. Sa- cramenlo che si porta per le stra- de presta asilo e sicurezza a queUi che lo accompagnano, ed a tutti quelli che pmcessionalmente lo se- guono ed adorano ; ma sembra più sicuro il dire, che il sacerdote che porla il ss. Sacramento aiflnni praeslat confiigientJbus ad se : Fa- gnano cap. 9 de ìmmunitale eccle- siastica. Su quanto riguarda tutti gli estremi dell'immunità ecclesia- stica, sono a consultarsi i giure- consulti e canonisti che ne hanno trattato; per gli stali de'principi se- colari deve starsi a' rispettivi con- cordati conchiusi colla santa Sede. Esempi delle immunità reali ve ne sono nella sacra Scrittura. Al tempo di Giuseppe le terre del- l' Egitto pagavano al sovrano il quinto del reddito, mentre quelle de'sacerdoti erano esenti da ocni tributo. Cosi era anche al tempo di Mosè. Artaserse re di Persia esentò dai tributi tutti coloro che andarono con Esdra a Gerusalem- me. Nei primi secoli del cristiane- simo però tali immunità non erano ancora stabilite, giacché Gesù Cri- sto medesimo nel vangelo parlan- do dei tributi, decise in generale, che bisogna dare a Cesare ciò eh' è di Cesare, ed a Dio ciò che appartiene a Dio. E ne avea già dato egli medesimo l'esempio fa- cendo pagare il censo per e per s. Pietro. Anche s. Paolo disse a tutti i fedeli in generale senza ec- cezione: rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto, il tributo o l'im- posizione a chi ha diritto di esi- gerla. Si sa che sotto gì' imperatori pagani i ministri della religione cristiana non godevano di alcun privilegio ne esenzione; essi ave- vano tutto i'inteiesse di non far

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conoscere il loro carattere. Tertul- liano nel suo apologetico e. 4*^- > rappresentò ai magistrati che niuno pagava i tributi e non adempiva a' pubblici carichi con più fedeltà de' cristiani ; ch'essi si facevano un punto di coscienza di non commet- tere in questo genere frode alcuna. L' imperatore Costantino il Grande però nei primi anni del IV secolo, e dopo la sua conversione alla fe- de cristiana, accordò diversi privi- legi alle chiese ed agli ecclesiasti- ci ; accordò cioè a questi l'immu- nità munerihus civilibus, le immu- nità personali. Quanto alle chiese, fece prima ima legge, in forza del- la quale venne permesso a chiun- que di lasciar per testamento be- ni stabili alle medesime; e con un'altra legge accordò ai beni tutti delle chiese 1' immunità a Jiovis collaclioiiihiis j assolvette cioè i be- ni stessi da qualunque delle con- tribuzioni, che gl'imperatori sole- vano di tanto in tanto riscuotere straordinariamente. In seguito lo stesso imperatore Costantino con nuova legge accordò alle chiese cattoliche l'esenzione da ogni tri- buto anche ordinario, cioè le im- munità reali. Fr. Paolo Sarpi, De jure asflornm, ripete l'origine del- l'immunità ecclesiastica dagl'impe- ratori ; ma s. Gregorio Nazian/eno neWoratio 20 fa conoscere il con- trario ; e che nell'età di s. Basilio Magno , epoca assai anteriore a quella determinata dal Saipi quìii' gentis annìs post Cìiristwn natimi^ vi fossero leggi sugli asili ed immu- nità, lo si rileva dal fatto di quella donna difesa nel tempio: tiietur Dei clementia, et legi quae altari- bus honorem haberi jubet wanuni porrigeret, etc. Il concilio d'Oran- ges celebrato nel 44 ' > ^^' suoi ca-

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noni ci fa conoscere, die dentro Io spazio (lei primi cinque secoli della Chiesa, si occuparono i padri con impegno ed in opposizione all'au- torità secolare, per sostenere l'im- inunità ecclesiastica, e senza limo- re e con intrepidezza pubblicare opportune leggi, onde non può am- mettersi che imperatornm tantum^ modo Icgìbus stami tur. Le leggi im- periali doveano difendere e con- servare le leggi della Chiesa, non toglierle e regolarle.

Delle immunità reali nuove leg- gi spogliarono ora alcune, ora tutte Je chiese cattoliche di quel privile- gio. Tali leggi trovansi nel codice Teodosiano, e sono di Costanzo, lib. XVI, De episcop. eccles. et cler. lit. H, leg. i5; di Costante, lib. XI, De immunì fate concessa^ tit. XII, leg. I ; di Valentiniano II, lib. XI, tit. XIII, si per obrcptionem leg. r ; e Onorio, lib. XVI, De episcop. eccles. et clericis, tit. II, leg. 4o. Un*altra prova che queste immu- nità reali non furono sempre con- servate a tutte le chiese, l'abbiamo da un passo di s. Ambrogio, epist. XXI, class. I. E s. Gregorio I Magno, scrivendo a quelli che a- "vevano cura delle terre di Sicilia, che appartenevano alla santa Sede come suoi patrimoni, raccomandò di farle ben lavorare, a fine di po- ter più facilmente pagare le impo- sizioni caricate sulle medesime. 11 IVovaes nella vita di Bonifacio V, eletto Papa nel 6 1 9, dice che rin- novando gli antichi canoni e de- creti de' suoi predecessori, proibì che ninno ardisse di eslrarre per forza chi rifugia vasi nelle chiese. 11 Muratori nelle Dissert. sopra le antichità italiane, nella LXX tratta Delle immunità, privilegi ed aggra- vi del clero e delle chiese dopo la

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venuta de' barbari in Italia. Dice egli dunque, che dopo aver Costan- tino donata la pace alla Chiesa, non tutte le persone sacre gode- rono esenzione totale dai pubblici aggravi, e che neppure immuni furono i beni di tutte le chiese e di tutto il clero. Molto più tardi provò la milizia ecclesiastica i fa- vorevoli effetti dell' indulgenza dei principi. Chi più figurò nelle chie- se, vale a dire i vescovi, i capitoli de' canonici, e i monisteri più rag- guardevoli d'ambo i sessi, questi tutti goderono immunità maggio- ri. A parte di fatta fortuna non furono già le chiese piccole, ai fon- di e terreni delle quali si conce- deva l'esenzione, ma si negava poi ai beni patrimoniali de' chierici. Mai ne' secoli rozzi fu conceduta immunità ampia degli oneri e tri- buti pubblici ad alcuna chiesa, che non restassero obbligati e soggelll i luoghi sacri a qualunque ordina- ria o straordinaria funzione. Sul particolare di questa varietà si no- ta un gran cambiamento di leggi, e dissomiglianza di consuetudini in que' tempi. 11 Tomassino nella part. Ili del lib. I, al cap. XXVI ripor- la alcuni capitolari dei re Fran- chi, da' quali sembra bastantemen- te dichiararsi, che non solo tutti i chierici per riguardo delle persone, ma i beni anche di tutte le chie- se furono esenti dagli aggravi e servigi pubblici. Che altrettanto si osservasse in Italia si può de- durre dalla legge promulgata nel- r 855 dall'imperatore Lodovico I il Pio nella dieta di Pavia. In essa non eccettuò alcuna chiesa, ma le dichiarò tutte esentì, in conferma delle concessioni de' suoi predeces- sori. Quasi tutti i vescovi ed abba- ti, ed anche il resto de' chierici^

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offerivano al principe dona annua- liUy particolarmente quando le ne- cessità del regno li richiedevano. Secondo i tempi, i re a titolo di donativo li esigevano dal clero maggiori o minori. Ve ne furono degli altri che annualmente si of- frivano dagli ecclesiastici al re per ragione di ossequio. Avevano ap- parenza di volontari, ma però chi se ne fosse astenuto, non si crede- va libero ne sicuro dal non pre- starli. Consisteva V offerta in uno o due o più equorum y lanceae, scu- ti, ec. Altri oneri dei vescovi ed abbati era dare alloggio e vitto ai re, ed ai messi ed uffiziali lo- ro, onere che si chiamava parata, mansionem, o metatum. Perciò i ■vescovi ed abbati in Italia procu- ravano levarsi incomodo dispen- dioso allorché domandavano ai re ed imperatori privilegi ed esenzio- ni. Inoltre i detti principi vieta- vano ai conti ed altri ministri di esercitare autorità sugli uomini, be- ni e terre del clero, e loro dipen- denti. Tempi furono anche ne' qua- li i re ed imperatori riserbaronq a se stessi il giudicar le cause cri- minali ne* castelli, tenute e beni delle persone sacre. Anticamente non mancarono alcuni , che non si facevano scrupolo di non rispetta- re i privilegi ed immunità, tanto tempo prima, e da tanti re con- ceduti alle pei'sone e luoghi sacri, mettendo nell'altrui messe le mani, e disprezzando anche l'anatema e scomunica promulgata frequente- mente dalla Sede apostolica contro chiunque violava somiglianti con- cessioni. Il Papa Stefano X nel io58 confermò con bolla al clero secolare di Lucca l'immunità dai giudizii, oneri ed imposte della po- testà laicale, fulminando la scomu-

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nica a chi non la rispettasse. Di frequente in tempo di guerra le immunità ed esenzioni venivano e- normemente lese con violenza. Il Muratori di tutto riporta diverse testimonianze e documenti , indi passa a parlare dell'immunità o esenzioni dei monisteri dalla giu- risdizione vescovile, solo soggetti alla santa Sede, privilegio che dice risalire al pontificato di s. Grego- rio I. Zelante difensore dell'immu- nità ecclesiastica fu s. Gregorio VII (Fedi), e martire della medesima s. Tommaso arcivescovo di Canlor" hery [Pedi).

Il concilio di Londra celebrato l'anno 1268, col canone i3 decre- tò. « Si conserverà la immunità dei luoghi santi, chiese e moniste- ri, e chiunque ne trarrà fuori per forza quello che ivi si sarà rifu- giato, o asporterà ciò che vi sa- rà stato messo in deposito , sarà scomunicato issofatto, e le sue ter- re messe sotto interdetto, come pu- re i luoghi dov'egli si ritirerà". Nel pontificato di Martino IV ia Francia sotto l'ombra dell'immu- nità ecclesiastica erano nati gravi abusi, dappoiché uomini malvagi i quali o avevano abbandonato la fede, come ebrei convertiti ed apo- stati, ovvero erano infamati di ere- sia, temendo di essere tratti ai tri- bunali degl' inquisitori, ricorrevano al rifugio delle chiese per sottrarsi dalle pene. Tornando ciò in grave danno della religione cattolica, or- dinò che fatte persone non go- dessero l'immunità della Chiesa che laceravano coli' eresia. Ciò venne rammentato da Giovanni XXII, quando per reprimere la baldanza de' chierici francesi, concesse al re Filippo V di poterli carcerare, » non in contemptum clericalis ordinis, neo

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iit jiirisdictionem usnrpetis in ipfsas, «;oc) (nntiim, ut rcddaiitnr ad inan< dala Kcclesiae, ne elimina renia- neanl impunita ". Quanto Bonilìi- cio VII! fosse stato sostenitore a- cenimo dell' immunità ecclesiastiea Io dicemmo agli articoli Francia^ e Bonifacio UH (Fedi). Nelle biogialie de' Papi, e negli articoli degli slati e regni, come in altri re- lativi articoli, si parla de' princi- pali avvenimenti riguardanti l'im- munità ecclesiastica , e riportansi i canoni de'concilii trattandosi di que- sti. Benedetto Xll, Innocenzo VI, Innocenzo Vili ed altri Pontefici e- manarono zelantissimi decreti a di- fesa dell' immujiità ecclesiastica. Quanto ad Innocenzo VI, si legge nella sua vita che l'imperatore Car- lo IV indotto dai malevoli suoi ministri ad occupar le rendite di alcuni benefizi, e violare la libertà ed immunità ecclesiastica, ad istan- za del Papa cedette dal comincia- to errore, e fece una famosa costi- tuzione in difesa de' diritti ed im- munità ecclesiastica, la quale fu dipoi confermata co' loro decreti da Bonifacio IX e Martino V. Que- sti decreti colla costituzione Caro- lina trovansi nel Goldasti, t. Ili, in Carlo IV. Alessandro VI nel i5oi ordinò die gli uomini faci- norosi non dovessero godete l'im- munità ecclesiastica. Parlando il Rinaldi all'anno i5i5, num. 4> ^^1 concilio generale lateranense V ter- minato da Leone X, dice che fu letta e confermata in esso colla vo- ce de' padri la costituzione fatta a stabilire l'autorità de' vescovi; e in prima a raffrenare la licenza dei canonici e d'altri chierici, che con- vertivano l'immunità apostoliche in irritamenti de' vizi e fortificazio- ni dell'audacia contro i vescovi, si

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ordinò che gli esenti, fallando, pu- niti fossero dai vescovi loro. Fu conceduta l'immunità ai famigliari de' cardinali che attualmente tali sono, e non a coloro che usi erano di procacciarsi così fatto privilegio a schifare i mandamenti de* vesco- vi. Rinnovossi la costituzione del concilio generale di Vienna cele- brato da Clemente V, che i moni- steri esenti di monache fossero vi- sitali una sola volta l'anno dal diocesano; e annullaronsi tutte le immunità che si concedessero sen- za chiamare in giudizio Ja perso- na, in cui danno ciò potesse tor- nare.

Nel pontificato di Giulio III, es- sendo Cosimo I, allora duca di Firenze, in fiera guerra co' sanesi, ed avendo saputo che le sue trup- pe in una vittoria avevano com- messo in Casole eccessi contro l'im- munità ecclesiastica, a' 24 ottobre i554 scrisse la seguente lettera a Bartolomeo Concini. « Con nostro mollo dolore abbiamo inteso la ru- beria che l'esercito del marchese di Marignano ha fatto in Casole, da cui anche la casa di Dio n'è andata esente. Noi ngn voglia- mo queste iniquità; quando l'eser- cito può dare il sacco , le chiese hanno da essere rispettate, e il primo che oserà fare insulto alle chiese, monisteri, ospedali ed altri luoghi, noi vogliamo che paghi la pena di tanta sua malvagità colla perdita del capo, e il marchese vo- gliamo che ubbidisca a questi no- stri ordini; e voi, se vi piace la nostra grazia, vi sforzerete per impedire tali errori, e ci darete subito av- viso. Dalla massa della preda che non è stata divisa, vogliamo che si renda a quelle chiese tutto quello che gli è stato tolto. Eseguite, e

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slate sano ". A questo proposilo dice il Grozio nella sua opera De jure belli et pacìs^ che la conser- vazione illesa di tali sacri edifizi, e di quelle cose che ad essi spet- tano, viene prescritta dalla riveren- za delle cose divine; principalmen- te da quelli che hanno la stessa religione, benché per avventura sie- no discordi di alcuni sentimenti o riti. E infatti dice Tucidide, che fra i greci de' suoi tempi era un diritto sacrosanto, che quelli i quali si scagliavano contro i loro nemi- ci, si astenessero dai luoghi sacri. Nel i565 Pio IV con costituzio- ne, confermata poi da Gregorio Xin, proibì che i palazzi de' car- dinali ed ambasciatori servissero di asili ai delinquenti e malfattori. Inoltre Gregorio XIII nel i573 proibì severamente tutte le fran- chigie, non eccettuato lo stesso pa- lazzo pontificio. Il suo successore Sisto V nell'istituire la congrega- zione de' vescovi e regolari, a que- sta aflidò il geloso incarico di tu- telare e vegliare sui diritti della sacra immunità, per la quale decre- tarono provvidenze Gregorio XIV e Clemente VIII, non che Paolo V ed Urbano Vili Barberini. Al- lo zelo di quest^ultimo si deve nel 1626 l'istituzione della cardinalizia Congregazione dell'immunità eccle- siastica (Fedi), di cui ora n'è pre- fetto un suo discendente, il cardi- nal Benedetto Barberini, e segre- tario monsignor Stefano Scerra ve- scovo d'Orope. A tale articolo fa- cemmo menzione dei Pontefici che si distinsero in tutelare l' immuni- tà, della raccolta che dei decreti ne fece il p. Lantusca ; della Sy- iiopsis decreta et resoluliones, com- pilata dal p. abbate Ricci , la cui seconda edizione di Torino 17 19 VOL. xxxiv.

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fu dedicata al cardinal Francesco Barberini ; delle attribuzioni di que- sta congregazione, e l'attuale nor- ma che segue, avuto riguardo ai diversi concordati conchiusi tra la santa Sede e vari sovrani. Il Lu- nadoro dell'edizione del 1646, par- lando di questa congregazione, di- ce che soleva tenersi ogni martedì in casa del cardinal prefetto, il quale godeva annui scudi mille dal tesoro pontificio.

Nel pontificato di Alessandro VII abusando delle franchigie i fami- gliari dell'ambasciatore di Francia Crequi, ebbero luogo que' disgu- stosi avvenimenti che registrammo all'articolo Avignone (Vedi), che perciò fu occupato dai francesi sic- come dominio della santa Sede. Nel pontificato di Clemente X, a cagione dell'abuso che facevano gU ambasciatori delle franchigie ed esenzioni di gabelle, poco mancò che non succedessero gravi sconcer- ti, come narrammo al voi. XX, p. 160 del Dizionario. Al voi. XXVII poi, ed a pag. 5o e 5i si descris- se come Innocenzo XI rinnovò le costituzioni di altri Pontefici, cioè di Giulio III nel i552 , di Pio IV nel i56i, di Gregorio XIII nel 1573, di Sisto V nel i585, di Urbano Vili che emanò analoghi editti a' 5 gennaio 1626, e i5 no- vembre 1634, per non nominarne altri, che tutti avevano abolito e severamente proibito le franchigie che gli ambasciatori de' sovrani in Roma volevano godere intorno ai loro palazzi, e talvolta eziandio al- le case adiacenti e pressoché ad un intero quartiere, donde nascevano gravi e riprovevoli conseguenze, l'alterazione della pubblica tranquil- lità, l'esposizione del governo ponti- ficio e de' sovrani, e la protezio- 3

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«e dei malviventi, omicidinri, pre- potenti, e rei d'altri delitti ; si dis- ile ancora come il zelante Ponte- fice fulminò la scomunica contro chiunque nell'avvenire pretendesse di aver a godere di tal preteso di- ritto , per Io che molte poten- ze acconsentirono a giuste restri- zioni. Ma Luigi XIV rispose con alterigia , che non era avvezzo a regolarsi sulla condotta altrui, ed ordinò al suo ambasciatore mar- chese di Lavardino di sostenere il suo diritto colla massima pubbli- cità. Questi fece il suo ingresso in Roma a' 16 novembre 1687 con nn corteggio di ottocento persone, gentiluomini d'ambasciala, uffiziali, guardie di marina^ in apparato piti ostile che diplomatico. I doganieri quando volevano visitarne le baga- glie, si minacciò di tagliar loro il na- so e le orecchie. L'ambasciatore si recò nel palazzo Farnese, ed il suo seguilo alloggiò nel quartiere cir- convicino, e fece la ronda giorno e notte. Allora il Papa, come si disse al succitato luogo, scomunicò l'am- basciatore Lavardino, e pose l' in- terdetto alla chiesa nazionale di s. Luigi. Si disse inoltre che Inno- cenzo XI fece cessare l'uffiziatura della basilica latei'anense quando vi recò l'ambasciatore, forse nel giorno di s. Lucia per la festa che gli ambasciatori sogliono celebrare con assistere alla messa canta- ta. Ivi pur citammo il celebre o- puscolo stampato nel 1688, che vuoisi di Celestino Sfondrali poi cardinale, e qui ne ripeteremo ma intero il suo titolo: Lrgatio Romani M archi onìs Lavardini, et oh ean- dtm regi's Chrìstianìssìini ami Ro- mano Pontijice dissidiuni. Ubi a^ gitur de jure, orìgine, pregressa^ et ahtisii quanirioriuìi Fra ne hi li a rum

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xcit Asyli eie. Et trfatantur ratiO" nes a Lavardini advocato ( Talonii regiì advocnti ) productae , in li* hello gallico cn/an initium : Si Vau" teur, etc, anno 1688.

Nel medesimo volume XXVII , pagina 52, dicemmo come Lui- gi XIV re di Francia e gli altri sovrani promisero ad A- lessandro Vili di rinunziare alle franchigie, il qual Pontefice proibì agli aitisli, ai cittadini, ed ai no- bili, seppur non fossero ministri di qualche corona, di tener sulle loro porle gli stemmi pontifìcii, o di qiial- sivoglia sovrano, affinchè sotto l'om- bra del rappresentalo principe non avesse da ricovrarsi la malvagità. Gli successe Innocenzo XII nel 1 691, il quale siccome d'animo co- stante, con petto sacerdotale su- bilo intimò seriamente agli amba- sciatori presso di lui residenti, ch'e- gli voleva essere il solo padrone della sua capitale, onde non sof- frirebbe afifallo le franchigie de' lo- ro palazzi, ne sconcerto alcuno pro- dotto dai loro domestici e fami- gliari ; poiché aveva osservalo nelle nunziature di Firenze, di Polonia e di Vienna, disimpegnate allorché era prelato, che i sovrani altret- tanto esigevano che si osservasse nelle loro capitali e corti, non sof- frendo le nocevoli franchigie. A te- nore di questa risoluzione Inno- cenzo XII fece rondare sessanta Birri (Fedi) (al quale articolo sono alcune notizie analoghe a questo argomento ) per tutti i palazzi o- ve si pretendevano le franchigie, e nello stesso tempo ordinò alle milizie della guarnigione di Roma, che in caso di bisogno prestassero forza ed assistessero i detti mini- stri delia giustizia. La squadra dei birri ch^ passando innanzi al pa-

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lazzo dell* ambasciatore imperlale Tenne prepotentemente bastonata iìngli aiduchi, fu severamente ven- dicata da monsignor Giambattista Spinola governatore di Roma e poi rnidinaie, il quale a niuno degli aiduchi concesse franchigia, li con- dannò alia forca, ed uno scudiere j»l taglio della testa, ne mai Tolle ritirare tali sentenze. Vedendo Lui- gi XIV quanto Innocenzo XII era costante in riprovar le franchigie, e com'era obbedito dai suoi mini- stri, -definitivamente rinunziò alle pretensioni sulle franchigie. Delle dispute di precedenza tra gli am- basciatori ed alcun ministro della santa Sede, massime di quelle av- venute sotto Innocenzo XII e Cle- mente XI, se ne tratta ai rispetti- "vi articoli, giacché anche Clemente XI appena eletto nel 1700 avvisò gli ambasciatori che mai soffrireb- be le franchigie.

Benedetto XIII con la bolla Ex quo divina^ de' 18 giugno 1725, confeitnò quella di Gregorio XIV Cwn alias, e circa l'immunità ec- clesiastica dichiarò quali delin- quenti che di essa non godono , sebbene l'estese ad altri delitti, prescrivendo il modo da osservar- si dalle curie ecclesiastiche nell' e- strarre gì' inquisiti dai luoghi im- muni. Nel pontificato di Clemen- te XII passando una pattuglia per le vicinanze del palazzo di Vene- ria in Roma, aletmi servitori del- l'ambasciatore veneto, dalmatini di nazione, si fecero lecito di volerne impedire il passaggio ; attaccarono tuffa coi soldati , e ne l'estarono uccisi tre oltre un soldato. Nacque grave differenza tra la repubbli- ca di Venezia la santa Sede, ma il Pontefice essendo dalla parte della ragione , sosteneie i suoi di-

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ritti, e la buona concordia si ri- stabilì. Ma di poi a sostegno del- l'immimità , a' 22 febbraio 1735 pubblicò la costituzione In supre- mo justilìae solio , presso il Bull. tom. XIV, p. i3; e siccome con frequenza accadevano gli omicidii , ordinò che a quelli che li com- mettessero non potesse giovare il luogo immune ; affine poi di to- gliere la causa dell'acciecamento nelle risse , volle che passate sei ore dopo queste, ogni omicida, an- corché chierico, fosse soggetto alla sua leg2[e, come se avesse commes- so il delitto a caso pensato. Ol- tre a ciò, confermò le bolle dei predecessori sull' immunità eccle- siastica, dichiarò i casi per poter godere quella della chiesa nei do- minii pontifìcii , e la forma da praticarsi nell'estrazione de' delin- quenti rifugiati. Nell'anno santo 1750, in Roma i birri furono mal- menati dagli individui addetti allo spedale nazionale di s. Giacomo degli spagnuoli, per cui ne avven- ne conflitto , che i superiori del medesimo rappresentarono con falsi rapporti alla corte di Spagna ; ma Benedetto XIV che allora regnava, fece passare avanti allo spedale e chiesa i birri armati, in segno di essere V unico padrone della città, come nel libero passaggio de'&uoi sudditi per tutte le strade.

Tanto Benedetto XIV che il succes- sore Clemente XIII furono benemeri- ti dell'immunità per le costituzioni ch'emanarono. Dappoiché credendo necessario Benedetto XI V determi- nare gl'insorti dubbi sulf immu- nità locale, dichiarò la sua men- te e quella de' predecessori colla costituzione Ex officio, de' r "> mar- zo 1750, pres-ìo il suo Bull, to- mo UT, p. ?-78. Dichiarò pertan-

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lo, che trovandosi in luogo im- mune un reo di delitto eccellunto, come omicidio proditorio, medita- to e volontario nella rissa, debba esserne estratto ogni qualvolta vi saranno indizi bastanti a provare il delitto ; che V estrazione dal luo- go immune non si possa fare sen- za l'autorità del vescovo rispetti- TO , e r assistenza di persona ec- clesiastica da lui deputata, e che facendosi la consegna alla curia secolare, siano a questa intimate le censure in cui sarebbe incorsa se il reo estratto non fosse restituito al luogo immune, subito che nel progresso della causa avesse pur- gato gì* indizi che vi erano contro di lui. Essendo quindi insorta la questione se i rei di eresia fuggi- ti dalle carceri dell* inquisizione al luogo immune potessero da questo cstrarsi, Benedetto XIV rispose al modo narrato al voi. XVI, p. 2*24 del Dizionario. Riguardo poi a Clemente XIII, nel suo pontificato in Todi un laico accusò un altro per delitto di furto al tribunale del vescovo, il quale fece porre in carcere il i*eo accusato. Di questo procedere si querelò il governatore della città, non essendo il furto di cosa sacra, e tanto il reo che l'ac- cusatore essendo laici. Non ostante pretese il vescovo che per legitti- ma consuetudine avesse la sua cu- ria giurisdizione cumulativa di co- noscere anco le cause criminali dei laici. Portata la controversia avan- ti la sacra congregazione dell'im- munità, e trovandosi quelli che la componevano divisi negli opina- menti, il Papa avocò a se la cau- sa, ordinando al vescovo di con- segnare al governatore il carcerato. E per mettere riparo a simili con- troversie fra le due podestà, pub-

IMM blìcò la costituzione Prncstat ro» manum Pontificem^ a' 23 agosto 1 766, presso il Guerra, Epil. Bull. tom. Ili, p. 57 , e con essa pre- scrisse i termini dell* una e del- l'altra giurisdizione, coli' autorità de' sacri canoni, i quali nelle cau- se profane prescrivono che l'attore debba seguire il foro del reo, che se questo è chierico spetterà alla curia ecclesiastica , se laico alla laicale, dove la consuetudine non sia diversa. Stabili inoltre che in si fatte cause se sarà in vigore qualche consuetudine nella curia vescovile, resti pure in vigore, pur- ché sia quadragenaria e perpetua- mente costante, non mai però con- traddetta o interrotta. La consue- tudine per altro doversi provare con atti gravi, e questi non per tolleranza de' governatori locali , o negligenza degli inferiori magistra- ti, e timore riverenziale ne' conni- venti, ne* quali casi non intendeva Clemente XIII che si potesse in- trodurre una lodevole consuetu- dine.

Pio VI non mancò mostrare il suo zelo contro l'inveterato abuso delle franchigie e pretese giurisdi- zioni , ma queste ebbero affatto termine nel pontificato del succes- sore Pio VII. Il regnante Grego- rio XVI nel primo anno del suo pontificato avendo pubblicato il re- golamento organico di procedura criminale, dal suo pro-segretario di stato cardinal Tommaso Bernetti , a' 5 novembre i83i , fece pubbli- care colle slampe della rev. came- ra apostolica V Appendice al re- gelamento organico, e di procedila ra criminale per norma delle cu- rie ecclesiastiche j ove si tratta dei tribunali ecclesiastici e di giuris- dizione mista, e della immunità

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ecclesiastica . Questo regolamento un provvidissimo codice pratico immunitario, che riesce di guida sicura ai tribunali ecclesiastici e laici , ed a tutti gli agenti della forza pubblica. Non si trova una collezione cosi unita in poche pa^ gine, come il regolamento suddet- to, di molte leggi apostoliche pub- blicate in diversi tempi, e sparse in vari libri. Indi lo stesso Pon- tefice per organo dell'odierno se- gretario di stato cardinal Luigi Lambruschini, a' i8 dicembi'e iBSg fece pubblicare con le stampe il Regolamento sulle franchìgie dai diritti d" introduzione^ di barriera e di consumo relativo a derrate e merci provenienti dall'estero, in fa- vore dei componenti V eccellentissi' mo corpo diplomatico presso la santa Sede, eh' è del seguente tenore.

1. I signori ambasciatori e mi- nistri esteri, ed in generale tutte le persone appartenenti alla diploma- zia, che giungono dall' estero, sa- ranno trattati dagl' impiegati delle dogane pontificie con tutti i ri- guardi dovuti al loro carattere, ed il hbero ingresso de' bauli, valigie ed eflfetti di loro uso formanti il bagaglio che porteranno seco, non soffrirà alcuna difficoltà.

2. I signori ambasciatori , mini- stri, ed incaricati di affari, purché questi sieno accreditati direttamen- te dal loro governo, ed in per- manenza, godranno piena esenzione per gli oggetti di loro uso da ogni dazio d'introduzione, di barriera e di consumo, allorché vengono a stabilirsi in Roma a motivo della loro missione. Questa esenzione sa- rà da essi goduta durante un in- tero anno dal giorno della pre- sentazione delie lettere ci'edeajiah.

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Per goderne però dovranno esibi- re la nota specifica degli oggetti che vogliono introdurre per loro uso, e questa dentro sei mesi dal loro arrivo.

3. Decorso il primo anno dal- l' arrivo cesserà la franchigia illi- mitala , e se oltre gli oggetti da loro indicati, come all'articolo pre- cedente, vorranno introdurne de- gli altri , godranno di una limita- ta franchigia che loro si accorda colle seguenti norme.

4. Ai signori ambasciatori si concede ogni anno la esenzione dai dazi fino alla somma complessiva di scudi seicento. Ai signori mini- stri fino alla somma di annui scu- di quattrocento. Ai signori mini- stri residenti fino alla somma di scudi duecento all' anno. Ai signori incaricati di affari , qualora siano direttamente accreditati dai loro governi, ed in permanenza, fino ad annuì scudi cento cinquanta.

5. I sopraddetti signori ambascia- tori, ministri, ed incaricati potran- no far applicare la esenzione a quegli oggetti o merci che loro piaccia d' indicare, finché coi dazii liquidati a termine di tariffa si giunga alle somme come sopra ac- cennate.

d. Le merci dovranno essere as- soggettate alle discipline doganali per la liquidazione de' dazii, anche perchè possa conoscersi quando siasi toccato il limite stabilito nell' arti- colo 4-° 1^1 queste operazioni do- ganali però sarà usato ogni possi- bile riguardo.

7. La presentazione di nuove lettere credenziali per esaltazione al trono di nuovi sovrani , o per altra circostanza o per missione straordinaria e passeggiera non da- va luogo a nuove franchigie, qua^

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k)i*a noo si venga a cambiare la

pet'ionii giù accreditala.

8. Nella slessa guisa la riunione in una medesima persona di due o più rappreseulanze diplomatiche ron darà luogo a moUeplice iVaa- chi^ia y ma si applicherà la mag- giore, quella cioè che corrisponde al grado più elevalo del diploma- tico che ii*è rivestito.

g. Le esenzioni delle quali non si fosse fatto uso nello spurio di tempo pel quale sono accordate, non saranno più valide al di di quell'epoca, e non potranno per con- seguenza servire di fondamento a reclami per goderle oltre i tempi stabiliti.

SuH'imm unità ecclesiastica perso- nale, nel voi. Xlf, p. 4^0 ^ seg. degli Annali citile scienze religiose compilati dal eh. mons. Autonino de Luca, si leggono due convenzio- ni conchiuse tra il Papa che regna, ed i regnanti Carlo Alberto re di Sardegna, e Francesco IV duca di Modena : la prima porta la data dei 27 marzo i84i, la seconda degli 8 maggio 1841. Nel pream- bolo della convenzione col primo è detto, come il Pontefice ed il re animati dal desiderio di fissare le discipline che dovranno regolare d'ora in poi in tutti i dominii sardi la immunità personale degli eccle- siastici che avessero la disgrazia di rendersi colpevoli di qualche reato, avendo preso gli opportuni accordi, la santa Sede avuto riguar- do alle circostanze de' tempi, alla necessità della pronta amministra- zione della giustizia, ed alla man- canza dei mezzi corrispondenti nei tribunali vescovili, non farà diffi- coltà che i magistrati laici giudi- chino gli ecclesiastici per tulli i reati che hanno la qualificazione

IMM di cri mini y ec. Kd preambolo della convenzione tra il Papd e il duca sull'esercizio del foro vescovile »pe- zialmenle criminale, e sopra altri punii di disciplina^ dice il duca; » Guidati dal nspetlo che coma sovrano cattolico ci pregiamo di professare alla Chiesa, ed alla sua autorità, abbiamo conosciuto il bi- sogno di rettificare le leggi e pi-a- tiche comunque vigenti nei nostri dominii in tuttociò che può essere in opposizione coi diritti, immuni- tà ed istituzione della Chiesa mede- sima. Avulo però riguardo alle circostanze de'tempi, alle abitudini de'luoghij e ad altre gravi diilicol- cui non ci è dato di ovviare, ci siamo rivolti alla santità di no- stro Signore Papa Gregorio XVI felicemente regnante, invocando dal- la sua benignità alcune condiscen- denze e modificazioni in materia di disciplina ecclesiastica, ed iu particolare sull'esercizio del foro ve- scovile specialmente criminale, ec. ". Queste due convenzioni , onorano grandemente l'esemplare pietà ed edificante religione ch'eminentemen- te distinguono i due magnanimi principi, e lo zelo del venerando capo della Chiesa.

Nell'Africa oggi francese si è trovato tra le leggi e gli usi dei kabili, degli arabi, de 'nomadi a- fricani esservi in ogni tribù, dei marabutti e sacerdoti loro, il cui oflicio è ereditario ; vivono delle offerte del popolo; le loro deci- sioni sono come oracoli; sono e- senti dai dazi e pesi pubblici ; la loro casa o zaoima serve d' asilo a tutti i malfattori perseguitali ; ec- co l'immunità, la quale presso tut- ti i popoli è sacra. Della cappella cardinalizia che per la fèsta di s, Tommaso Cantauriense martire del*

IMM l'imniunità ccclejìiaslica si celebra nella cappella interna del collegio inglese, essendo distrutta la con tigna chiesa ove si teneva coll'intervento in cotta del rettore ed alunni del medesimo, ne parlanimo ai voi. IX, p. i47 » e XIV, p, 171 del Dizionario. Qui aggiungeremo, che "vi canta messa un vescovo invita- lo dal cardinal prefello dell' im- munità, il quale domanda prima la solita licenza al Papa per tene- re questa cappella, per la quale invila pure i cardinali e gli altri che riceve in una camera vicina, e poscia ringrazia i cardinali, onde quelli che non possono recarvisi mandano al cardinal prefetto un gentiluomo a tare la scusa. Nella cappella di prospetto all' aliare e presso la quadratura de* cardinali siedono i prelati e consultori. Un sacerdote in colta nell'ingresso por- ge l'acqua santa ai nominali, ed all'elevazioni portano le torcie ac- cese quattro alunni del collegio in cotta. Olire i citati autori, suU'im' munita ecclesiastica si possono con- sultare Alessandro Ambrosino, De imniunilale et libertale ecclesiastica ^ Bracciano 1621. Fattolilli, Thea- tram immunitatis et libertatis ec- elesiaslicae, Romae 17 14' L'avvo- calo concistoriale Lucio Bonzetti, De jiire sacri asy li ad l.fideli^cod. de his qui confugiunt ad Ecclesìas, 1746, dissertazione che si legge nella collezione importante di Barto- lomeo Belli, ed intitolata: Disserlatio- nes advocatoruni sacri romani con- sistorii ab anno MDCCXLV in lucem edilae, quo prinuim eas pii- hlici juris faciendas niandavit sa. me. BenedicLus XIV, Romae i845 apud Menicanti. E l'abbate Ador- ni dotto ex gesuita spagnuolo , Dell'origine dell'immunità del clero

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catfolicQy e di agni altro sacerdo- zio creduto dagli uomini legittimo e santo, Cesena 1791. Questa ope- ra fu lodata dal num. XVUi del Giornale ecclesiastico di Roma del 1 792. Si può anche consultare il Pi- sloiozzì. Ragionamento sul diritto de' sacri asili j Roma i 766 ; e quan- to scrisse sulla congregazione del- Timmunilà l' autore della Pratica della curia romana, voi. II, ca- po XI.

IMOLA (Imolen). Città con re- sidenza vescovile nella legazione a- postolica di Ravenna, situala in aria salubre nella via Flaminia, sulla si- nistra sponda dei fiume San terno» VatrenuSj in una amena e fertile pianura, circondata da vaghe ed ubertose colline, essendo ampiamen- te bagnata da detto fiume che scendendo dal sud ovest la bagna da questo lato, e da quello di sud- est, il quale a quattro leghe circa di distanza dal lato sud-ovest, scen- de dall'apennino, ed entra dopo un lungo corso nel Po di Prima - ro. Nel 1749 venne costruito sul Santerno il ponte di legno, lungo piedi 4^8} 6 si ristorò la via che al di del medesimo : il ponte di le- gno piti non esiste, ed aliro se ne so- stituì di pietra, terminato nel 1826, di bella costruzione. Prossima al fiume s'innalza la vecchia rocca. La città è circondala da antiche mura fiancheggiate da torri, cinte da fosse. È assai bene fabbricata, ha belle strade, essendo denomi- nate le principali via Emilia, Cor- so, e Seminario. Fuori della città poi vi sono le strade Montanara e Selice: la prima ora si sta prose- guendo sino ai confini di Tosca- na. Vi è la piazza maggiore, quel- la detta del Carbone, e il foro boa- rio. Quattro sodo le porte, che *o-

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no (knomìnate Montara, d'fllione, i\ppìa e Romana; due i borghi, Appio e Spuiiglia, oltre il recente a porla Bolognese ossia d'Illione. 11 suo concittadino Cosimo Morelli, celebre architetto, voleva ingran- dirla con quell'area che trovasi tra il canale de'molini e V ospedale nuovo. Possiede vari palazzi ed al- tri edifizi considerabili, come l'epi- scopio, il seminario, ed i palazzi Sassatelli, della Volpe, Ginnasi , Codronchi, Morelli, del Pozzo già Machirelli, Tozzoni, e Farsetti fab- brica innalzata sotto i Riari con esteriore di ottima architettura, il cui porlicale adorna la piazza mag- giore. Il maestoso palazzo munici- pale fu incominciato dopo la metà del secolo decorso, indi nei primi anni del corrente venne ampliato ed abbellito. L'elegantissimo teatro fatto edificare dai primari cittadi» ni con disegno del Morelli, fu di- strutto dall'incendio nel 1796. Il nuovo teatro venne eretto con di- segno dell'imolese cav. Magistrelli, a spese di alcuni particolari, e per la prima volta fu aperto nel 1812. Tra le sue numerose chiese faremo menzione delle seguenti. La catte- drale; le chiese parrocchiali di san Nicolò de' domenicani , di s. Miche- le già degli agostiniani, di s. Giaco- mo nella chiesa della ss. Annunzia- ta già dei carmelitani, di s. Agata, di s. Maria in Regola riedificata dai vescovi, e quando nel 1782 si fe- cero gli scavi pel nuovo tempio, fu ritrovalo un mascherone di bron- zo forse già appartenuto a qualche antico acquedotto o fonte stabilito nei tempi di L. Cornelio Siila, ed involato nelle vicende politiche del 1797; poi fu restituito, ed ora è collocato nella pubblica biblioteca. Merita anch^ menzione la chiesa

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delle monache Clarisse. Tra gli sta- bilimenti d'Imola ricorderemo l'or- fanotrofio delle donzelle, e quello de* mendicanti d'ambo i sessi c- retto nel 1602 dal vescovo, dal comune e dai cittadini, per elimi- nare l'ozio e la volontaria mendi- cità. Ora lo stabilimento delle don- zelle è incorporato con quello del- le mendicanti, e i mendicanti con gli orfani. L'opera pia di s. Te- renzio per gl'infermi a domicilio, il monte di pietà, il nuovo ospe- dale, e il monte frumenlario per dare ai miserabili coloni le semen- ti del grano da restituirsi poi alla seguente raccolta: fu eretto ne'pri- mi anni del secolo passato, ed il vescovo cardinal Gualtieri donò vi- stosa somma all'oggetto. Alle figlie della carità di s. Vincenzo de Pao- li fu da ultimo affidata la dire- zione dei conservatorii delle Giù- seppine e delle esposte. Nell'antico luogo suburbano sacro alla Beata Vergine e ai defunti, è una casa di ritiro pel clero.

Nelle eruditissime Notìzie stori- che delle accademie d' Europa , del conte Paolino Mastai Ferretti di Senigallia, dedicate a Pio VI, a p. 61 si legge, che in Imola fiori l'accademia nel i656 in casa di Orazio Celoni imolese, da dove fu trasportala in altre case, essendo allievi di essa il giureconsulto A- lessandro Tartagna scolare di Gio- vanni da Imola, e il dottor Gia- como Filippo Porzio oracolo delle leggi pontificie e cesaree, e carissi- mo al Pontefice s. Pio V. Di que- sta accademia Giuseppe Garuffi Malatesta ne tratta ndV Iialid ac- cademica^^ p. 382. L'anonimo imo- lese alla parte IH della sua Storia scrive, che verso la metà del seco- lo XVII, sotto gli auspicii del car-.

IMO dinal Mesceva Donghi venne istitui- ta in Imola l'accademia àe^' Indu- striosi, la quale ha per impresa: Duin a^tatur agit. Nata in un se- colo alla purità e al buon gusto delle amene lettere troppo fatale, ebbe un' infanzia alquanto lunga. Ria i chiarissimi ingegni imolesi che fiorirono nel secolo XVII I la fece- ro ben presto salire ad uno stato di vigore, di consistenza e di lustro. Concorse Giovanni Francesco della Volpe in una speciale maniera a far rifiorire la quasi estinta acca- demia degV Industriosi j gli diede asilo, fu suo preside, e V animò coi suoi elegantissimi poetici componi- menti. Alla restaurazione dell'acca- demia concorse pure Valerio della chiara famiglia Troni, cultore fe- licissimo delle muse. Altro ravvi- vamento l'accademia lo ricevette nei primordi del presente secolo, essendone preside Manfredo della celebre prosapia Sassatelli, noto al- la repubblica letteraria per le sue produzioni. In fine faremo parola della biblica accademia, fondata dal- l'odierno cardinal vescovo. Per la generosità del p. Setti minor conven- tuale si eresse e si dotò nel 1747 la pubblica biblioteca, la quale per la copia de' volumi, per l'intrinseco loro merito, e per quello delle e- dizioni, riesce utile e di ornamen- to alla città. Degli eccellenti inge- gni fioriti in Imola, che illustra- rono la patria e l'Italia, ne fecero encomi vari scrittori, e Leandro Al- berti a p. 32 1 e seg. della De- scrizione d'Italia. L'anonimo imo- lese trattando nella terza parte di sua Storia quella che appartiene alla letteratura, coU'autorità della cronologica raccolta di quegf imo- lesi che si distinsero dell' eruditis- simo imolese cauoaico Francesco

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Maria Mancurti, tesse il copioso novero di quegli imolesi che fio- rirono in santità, dignità ecclesia- stiche, nelle lettere, nella giurispru- denza, nella medicina, nella poesia, nelle magistrature, nelle armi , e nelle arti belle. Noi oltre quelli di cui faremo onorata menzione in pro- gresso dell'articolo, qui appresso, ed alquanto classificati, accennere- mo i nomi di quelli che più si di- stinsero in detti pregi.

In santità abbiamo, s. Cornelio vescovo; s. Pier Grisologo arcidia- cono della chiesa imolese, poscia arcivescovo di Ravenna ; s. Pro- getto arcidiacono della chiesa imo- lese; s. Donato ch'eresse col suo patrimonio il tempio de' ss. Mat- teo e Mattia, fu arcidiacono della chiesa imolese , e dottissimo ; s. Maurelio vescovo e martire ; s. Te- renzio o Renzio patrono di Faen- za, diacono e letterato ; ed il b. Pietro Pattarino o Passeri, dottis- simo giureconsulto , gran priore dell'ordine gerosolimitano in Roma, morto nel 1820, di cui parlammo al voi. XXIX, p. 296 del Dizio- nario. Diede Imola secondo il Car- della alla santa Sede diversi cardi- nali ed un Papa, alle cui biogra- fie si riportano le notizie. Giusto da Imola creato cardinale nell'Siy da Gregorio IV. Lamberto di Fa- gnano o Fiagnano detto Scanna- becchi e da alcuni ritenuto bologne- se, creato cardinale da Pasquale II, nel 1 1 24 fu creato Papa col nome di Onorio II. Ridolfo da Imola fatto nel 1126 cardinale da Ono- rio II. Francesco Alidosi nato in Rivo o Castel del Rio, nel i5o5 fatto cardinale da Giulio II; ed ai nostri giorni Anton Domenico Gam- berini, nel 1828 creato cardinale da Leone Xll. Letterali, giurecon*.

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suUi, oratori, poeti, magistrati e gncineri furono più celebri. Nel- l'arte militare, Cassio, Fausto, Al- berto Alidosi , Troilo e Curzio Nordigli, Gigio Accarisi, Roberto Cassio, Alvanito, Bulrice, Anselmo, Giovanni ed Eugenio Ferroaldo, il secondo poi vescovo , e Scipione Buonmercati. Baldassare fu racco- glitore delie opere del Grisologo, ed illustrò l' epistole di s. Paolo : Teodorico re de'goti lo fece mori- re di fame. Salviano Troilo ora- tore e poeta, Fausto, Norbano, Cor- nelio Carvassalli, Benvenuto Be- roardo, Maurizio Broccardo, Ber- nardo Floridolo, Rogerio Calvo. Antonio Floridolo reduce dai suoi lunghi viaggi in India e Gerusa- lemme, in rivederlo la madre Po- lissena de' Piccoli , sopraffatta dal piacere morì. Leonello Carradori, Benvenuto Porzio, Pompeo Curial- to, Benvenuto Paganelli, Stefano Leucate, Claudio JNaselli che lo scrittore delle cose memorabili d'I- mola vorrebbe cardinale; nelle let- tere fu pure chiaro altro Claudio Naselli. Lorenzo Canlagalli, Loren- zo Lolli, che l'anonimo e Florio correbbero cardinale. Valerio Pe- liliano, Lucio Dondidei, Projelto e Gherardo Gigi, Maffeo Ungarelli, Antonio Passerino, Antonio Orgo- gliosi Calassi , Antonio Franco , Giulio Albino che il Palazzi dice che fu da Innocenzo IV creato cardinale. Pietro Carvassalli, Cas- siano Mezzamici, Antonio Bonase- ra, Prudenzio Lelli , Luigi Lader- chi, Lodovico Tebaldi, Camillo Ban- dino, Albertinello Mezzamici, Ben- venuto Rambaldi detto Benvenuto da Imola ^ uno dei più facondi o- ratori, storici e filosofi del secolo XIV, commentatore di Dante le cui opere spiegò pubblicamente in Bo-

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lògna. Giacomo Carradori, Alidosio vescovo di Rimini, Nicolò Ugudo- nico, Nicolò dall' Orto arcivescovo di Ragusi poi di Manfredonia, Lo- dovico Alidosio anco prode guer- riero, Feraldo, Giovanni Strada vescovo di Comacchio poi di For- lì, Alessandro Tartagni celebre giu- reconsulto a cui fu coniata una medaglia. Francesco Ferroaldo, An- tonio Tartagni , Matteo Faella , Giannantonio Zarrabini detto Fla* minio : ad onore del suo figlio Mar- c'Antonio fu battuta una meda- glia. Sebastiano Flaminio, Gabriel- lo Flaminio, Annibale e Girolamo Veronese, Girolamo e Giambatti- sta Marconi, Lodovico e Giambat- tista Zappi , Ignazio e Giacomo Cattaui , Andrea e Giambattista Cattaneo, Girolamo Chiaruzzi, Eu- sebio da Imola eruditissimo nelle lettere ebraiche , dappoiché verso la metà del XVI secolo in Imola fiori una famosa sinagoga. Tra gli uomini illustri della famiglia della Volpe si distinsero Taddeo, uno dei più flimìgerati guerrieri dell'età sua; fu comandante sotto Cesare Borgia, sotto Giulio IIj ed al servizio della repubblica veneta che gì' inviò il bastone del comando guarnito di tre cerchi' d'argento, ove furono incisi il leone insegna della me- desima, analoga iscrizione colla da- ta del i5io, e la volpe col motto Simili asili et dentibus iitar ^ im- presa del capitano : poscia la re- pubblica riconoscente alle sue glo- riose imprese gl'innalzò una statua equestre, di cui l'anonimo ce ne la figura a p. 63, come delle me- daglie qui memorate. Giambattista fratello di Taddeo preposto della cattedrale, fu rinomato nelle divi- ne ed umane lettere, e dal senato imolesc spedito oratore ad Adria-

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no VI, ed a Clemente VH ; fu dotto auche Alessaudro figlio di Taddeo.

Michele Macchirelli, Giambatti- sta Florio autore della Cronaca Vaticana d'Imola intitolala: Me- titorabìlìa cwitalh Iniolae, come di- mostra il canonico Mancurli. Fran- cesco Gabaruccij Lorenzo e Dome- nico del Carretto Maiicurti. Fabri- rio ed Ercole Faelli. Giovanni Sas- salelli figlio del prode guerriero Francesco fu d'incomparabile valo- re, ed in un duello di sette ita- liani contro altrettanti oltramonta- ui, che nel Milanese disputarono per la rispettiva nazione il prima- to militare, restato superstite ai compagni, uccise sei emoli, e ri- portò pieno trionfo col nome di Cagnaccio. Però nell'erudito Elogio di Giovanni Sassatelliy scritto dal eh. Tiberio Papolti, dedicato al conte Roberto Sassatelli, e pubbli- cato colle stampe dal Marsigli in Bologna nel 1 842» si legge che gli italiani furono otto ed i francesi nove, il general de'quali Armignac ebbe a dire essergli parso Giovanni in quell'assalto un cagnaccio, locchè tenne egli in gran conto, amò di es- sere così chiamato, e volle che ai Iati dello stemma gentilizio si locassero le figure di due cani. Militò Gio- vanni sotto Alessandro VI e Giulio II, il quale gli donò con mero e mi- sto impero il castello di Bellaria nel territorio di Pisa. Leone X r investi del dominio del castello di Reggiano, e Clemente VII di Coriano, in premio ai suoi utili servigi : ne furono degni nipoti Marc' Antonio ed Ercole, come de- gni discendenti furono Gentile e Francesco celebri militari , e Ro- berto vescovo di Pesaro. La fami- glia Vaioi vautò pure celebratissimi

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uomini , Enea oratore , e Guido guerriero, Giacomo Filippo de' Por- zi giureconsulto , Ottaviano Vestri de' conti di Cunio e di Barbiano chiarissimo giureconsulto , autore della Praxis ronianae curine ; gli furono coniate due medaglie. Lo superò in dottrina Marcello suo figlio, e fu segretario delle lettere apostoliche di Sisto V , Gregorio XIV, Clemente Vili, e Paolo V. Paolo Macchirelli fu benemerito ambasciatore della patria a Gre- gorio XV ed Urbano Vili. Ac- crebbero gloria ad Imola i due fratelli Giambattista Laderchi , il giureconsulto Nicola Codronchi; dei Codronchi Serrantoni fu illustre Ottaviano. Vincenzo Savini, Filip- po Sassi, e Luigi Mirri scrissero le cose pili notabiU della città. Nella famiglia Gau^baro o Gambarini , Gammaro o Gammarini fiorirono insigni giureconsulti , come accen- nammo al voi. XXVIl, p.i 58 del Dizionario. Giambattista Sassatelli fu prelato di quel merito che si legge nella lapide sepolcrale in s. Prassede di Roma. Nel secolo XVU fiorirono Valeriano Zampieri , A- lessandro Magnani , Alberto della Volpe , Domenico del Carretto , Enea Vaini , Alessandro Poggi , Francesco del Pelo , Silvestro Mu- zio , Roberto Poggiolini, Antonio Abbondanti, Lodovico Stagni, Giu- seppe ed altri della famiglia Mac- chirelli, Domenico e Cesare Miti, Nicola Gambe rini benemerito della patria storia per aver raccolto le memorie d'Imola. Camillo Ettorri, Giovanni Giuliani, Giovanni Ma- grini, Giambattista Gamberini ca- pitano, suo nipote Simone giure- consulto, Giuseppe Maurelio , e Gio. Paolo Antonio Gamberini. A- lessaudro Sassatelli fu coraggioso

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capitana Nel secolo XV^III fioriro- no, Vìcv Galeazzo Savini , e Gio- vanni suo fratello , Giuseppe Pi- ghini ; della famiglia Zampieri ab- biamo Carlo, Tommaso, Giuseppe, Vairriano, Antonio, e Camillo poe- ta illustre. Giambattista Felice Zap- pi , Francesco Ettorri , Giovanni Campagnoli, Antonio Ferri erudi- to in ogni genere d' antichità, mas- sime della patria storia. Antonio Alaria Manzoni canonista e sacro jslorico, e come tale dai cardinali del Verme e Gozzadini fu inte- ressato a scrivere le notizie relati- ve a que' corpi di santi che si venerano nella cattedrale, e la storia de' vescovi d' Imola, perciò lodato ilal Muratori , e delle quali poi parleremo. Giovanni ed Antonio Maria Cardinali ; Domenico, Fran- j^esco Maria, e Gio. Francesco del- la Volpe; Martino, Giovanni Se- bastiano, e Giovanni Carlo Vespi- gnani. Domenico Gaspare, canonico Francesco Maria, Giovanni Dome- bìco , e Domenico Mancurti ; al canonico la chiesa e città d'Imola so- no principalmente grate per le loro memorie civili, letterarie e sacre che dottamente compilò in due li- bri separati. Valerio Troni aprì nella sua casa una letteraria adu- nanza; ti è degno discendente il vivente conte Tiberio direttore ge- nerale delle dogane pontificie, da- zii di consumo , e diritti uniti : ideila sua benemerita carriera di- >plomatica in servigio della santa Sede, ne parlammo al voi. XXVIII, p. 252, 253, 254 e 256 del Di- zìonario. Bartolomeo Nonni, Gia- como Canti, Giuseppe Maria Ri- valla, Giovanni Agostino Gamberi- »i padre di Anton Domenico poi cardinale; Giulio Papotti giudizio- co ed instaucabile lacco^itoie di

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patrie istorie; Luigi Bragaglia li- turgico.

In medicina e chirurgia fioriro- no, Carlo Bonmercato archiatro pontificio nel secolo XI, e Cassiano della medesima stirpe. Aurelio Can- tagalli, Giacomo Cantagalli, Pietro Corialto da Tossignano , Giovanni Feraldi, Lodovico Pellegrini , Ba- verio di Magni nardo Bonetti ar- chiatro di Nicolò V, Onorio figlio dell'altro valente medico Sebastiano Flaminio, Luca Ghini, Andrea Fer- ri, Girolamo da Ponte, Giambat- tista Codronchi che compose una dissertazione sulle acque di Riolo e di Casola Valsenio. Ovidio Gibet- ti, Bartolomeo Manzoni , Camillo Zampieri, Lodovico Barbieri, An- tonio Maria Fini di Valsalva de- gno discepolo di Malpighi divenne bravo anatomico, celebre medico, valentissimo chirurgo, e meritò al- ti encomi da un Morgagni di lui allievo. Antonio Galloni, Giuseppe Maria Conti , Tiberio Codronchi , Domenico Agostino Alberghetti an- che celebre chirurgo, Andrea To- schi pure rinomato ostetricante , Pier Grisologo Butierli, Luigi An- geli archiatro onorario di Pio VII, benemerito della patria storia ed autore di opere di vari argomenti, come delle Memorie biografiche di uomini illustri iniolesi, Imola 1828. Nella pittura Imola vanta Deodato Giovanelli , Pietro Bagnani anche letterato, Innocenzo Francucci det- to Innocenzo da Imola allievo del Francia ; per sua gloria fu co- niata una medaglia. Gaspare Sac- chi di cui l'ospedale d'Imola pos- siede una stimata pittura rappre- sentante la Beata Vergine ed i ss. Francesco , Antonio e Giacomo. Innocenzo Monti, Giuseppe Barto- liiii. Do meaico Valer lani, Giacomo

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Succi, Giuseppe Righini del quale sono nella chiesa del Carmine due grandi e belli quadri esprimenti le gesta di Eligi profeta. Neil' ar- chitettura e scultura tra grimolesi si distinsero, Ercole Fichi scultore e valente architetto ; Domenico Be- ligazzi architetto, disegno del qua- le è la chiesa della ss. Annunziata; Lorenzo e Cosimo Mattoni archi- tetti, de'quali è il disegno della chie- sa di s. JVicolò in cui dovettero conciliare quanto esisteva. Ignazio e Cassiano della Quercia si distin- sero nell'arte d'imitare i marmi colla scagliola o mischia : in Imo- la nella cattedrale, e nelle chiese di s. Giacomo, di s. Stefano pro- tomartire, e del Suffragio sono al- tari in tal foggia da loro mirabil- mente lavorati. In lavori di tarsia furono lodati Andrea e Giuseppe Bagnari. Cosimo Morelli architetto di vasto genio, il quale fu autore di molti edifìzi, e per dire di quelli d'Imola, il duomo nuovo, la chiesa di s. Stefano, il teatro che il fuoco distrusse, ed il nuovo ospedale civico : in Roma il tea- tro di Tordinona, e per commis- sione di Pio VI, che colle proprie mani gli impose la croce di cava- liere dello sperone d'oro, il palaz- zo Braschi e la sagrestia Vatica- na , ed in Subiaco i' edifizio del seminario. Per non dire di altri imolesi illustri , fra i letterati ag- giungeremo Nicola Gommi Flami- ni, mancato immaturo nel i83o, molto elegante scrittore in verso ed in prosa. Fu eziandio particolar- mente benemerito della patria sto- ria r imolese Giuseppe Alberghetti sacerdote, autore dotto ed anoni- mo del Compendio della storia civile^ ecclesiastica e letteraria del- la ciuà d'Imola^ dedicato dall' e-

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ditore Giuseppe Benacci al pode- stà e savi della medesima città, pubblicato in due tomi nel 1810 in Imola coi tipi comunali per G. Benedetto Filippini. Ciò che onora maggiormente chiaro scrittore è la solenne ritrattazione, che amptt e senza riserve fece stampare dalla tipografia del seminario imolese in data 29 gennaio 181 7, con la quale riprovando sinceramente le proposizioni false, calunniose, scaii- dalose ed ingiuriose alla santa Se- de, ai romani Pontefici e ad alcu- ni sacri ministri della medesima, contenute nella detta storia, siccome strascinato da rapporti di storici sospetti e dal vortice delle passate vicende , a togliere lo scandal» dato, domandò perdono a Dio, ed implorò dal Papa Pio VII l'as- soluzione dei falli commessi. Guar- dandoci bene dal riportare i suoi errori, noi lo prenderemo per or- dinaria guida ne' seguenti cenai storici, senza inutilmente citarlo ad ogni passo, per la brevità prescrit- ta dal nostro sistema, inserendo a' luoghi opportuni notizie ed au- torità ricavate da altri autori.

Imola è governo distrettuale che si divide ne* tre governi d' Imola, di Castel Bolognese, e di Cascia FalseniOy oltre quaranta villaggi che ne costituiscono il territorio comunale; ha poi nel suo circon- dario le comuni di Dozza e di Mordano , de' quali luoghi , e di quelli ad essi soggetti passiamo a darne breve indicazione, oltre quan- to si dirà in questo articolo. La popolazione di tutto il distretto d'Imola ascende circa a cinquanta mila abitanti.

Castel- Bolognese , governo , di- stretto e diocesi d' Imola. Terra posta alla sinistra del Senio iii pia«

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oevole pianiii'a, ed assai bene col- livatn. Fu edificata in tempo del predominio bolognese, nel pontifi- cato di Urbano VI, verso il i38o, avendovi tanto i faentini quanto gì' imolesi acconsentito, in soddisfa- zione d'un assalto dato in quella contrada, per lo innanzi disabitata, a due ambasciatori bolognesi , che fui'ono assassinati mentre recavansi al detto Papa ; indi fu ingrandita dopo il i386 dai bolognesi con iin castello per sicurezza del viag- gio, e poscia cinta di mura nel ì^i5 dagli abitanti, avendo il pae- se numerosi e magnifici fabbricati e templi. Dai suoi fondatori la ter- ITI prese il nome di Castel-Bolo- gnese , Castruni Bononiense , mo- strando i popolani la più costante divozione ed affetto a Bologna, che sempre fu per essi riguardata co- me la madre patria, per cui i bo- lognesi l'aveano validamente muni- ta. Il principale disastro a cui sog- giacque, fu quello della irruzione di Cesare Borgia, nel pontificato di .Alessandro VI. Egli ne discacciò acerbamente gli abitatori, ne rovi- nò la rocca, e la costituì quartie- re esclusivo de' propri soldati. Per- sino al nome fece onta, e volle che dal suo si dicesse Filla Cesarina. Dopo la morte di Alessandro VI, cessando il dominio di Cesare Bor- gia, gli abitanti vi ritornarono, e in breve tempo la ridussero a mi- glior stato di prima, tranne le for- tificazioni mai più ripristinale. I bolognesi governarono il luogo con temperato freno, lo arricchirono di privilegi in un al suo territo- rio, al quale affluivano da ogni parte di Romagna le genti per e- serci larvi il traffico ne' ricchi mer- cati. Il ponte del Senio, eh' è pros- «imo al Castel- Bolognese assai più

IMO che a Faenza, si disse già ponfe di s. Procolo, ed è celebre per la vittoria clie i forlivesi ed i faenti- ni insieme agli esuli Lambertazzi riporttuono sui bolognesi nel 127.5, non che por avervi i francesi nel 1797 forzalo le truppe pontificie, sebbene a quella giornata siasi da- to il nome di battaglia di Faen- za. Al capoluogo del governo di Castel-Bolognese soggiacciono le co- muni di Bagnava, RIoio , e Sola- rolo con molti villaggi e nove par- rocchie. Fu patria di molti uomi- ni illustri, tra' quali del celebre car- dinal Domenico Ginnasi che morì decano del sacro collegio. Del be- ne ch'egli fece a Castel- Bolognese, se ne traila alla sua biografia. Da Agostino Gravini valente predica- tore fra i conventuali, al3biamo: De viribus ìlliistribns Castri Dono- niensis, Bononiae 1608. Altra edi- zione fu falla dal F'ranchini. Pel- legrino Mezza mici nel 161 8 pul>- blicò in Bologna : De viribus illu- stnbiis^ ac stata rerum Castri Bo- noniensis. Cesare Mezzi^inici scrisse le Notizie istoriche delie operazio- ni pili singolari del cardinal Do- vienico Ginnasi^ Roma 1682. lu queste notizie oltie il lustro che riceve la famiglia Ginnasi, si trat- ta ancora degli uomini celebri di Castel- Bolognese.

Bagnara. Comune con ville an-. ne.sse, soggetto al governo di Castel- Bolognese, distretto e diocesi d' I- mola. E certo che verso l'anno 8'>'> già eranvi in questo luogo de'fab- bricali, che poi crescendo produs- sero l'odierno pae*;e. Piano n' è il territorio, ha pregiati fabbricali, ed è racchiuso da mura.

Riolo. Comune .soggetto al go- verno di Castel- Bolognese, distret- to e diocesi d'Imola. Fu dello pri-

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ma Ariolo quindi Oriolo, e poscia Riolo. Questo paese fu fondato da Siila nell'anno 67 1 di Roma. Nel territorio vi è una grotta detta di Tiberio, ove sono stallatiti, ed ac- que che fanno un rumore nel ca- dere e percuotersi, che intimorisce quelli che gli si avvicinano. Delle «uè acque scrissero i summentova- tij e l'imolese cav. Luigi Angeli pubblicò in Vicenza nel lySS: Delle acque medicate di Riolo nel territorio imolese. 11 territorio è in colle ed in piano ; il paese ha buo- ni fabbricati cinti di mura. Dopo l'anno 928 di nostra era, Riolo fu espugnalo dai faentini; però Troi- io Nordilio lo ricjjperò ad Imola. Nel 1766 i riolesi tentarono sot- trarsi alla giurisdizione del comu- ne d' Imola , alla cui dipendenza nel 1770 li restituì Clemente XIV. Solarolo. Comune soggetto al governo di Castel-Bolognese, di* stretto d'Imola, diocesi di Faenza. È situato in amena pianura ba- gnata dai fiumi Senio e Santerno. Benché antico d' origine , non ha memoria che oltrepassi il mille. Vari sono i nomi che gli vengono dati nelle vecchie cronache, come Solarolo y Salaroloy Salaureolo e Castel Salutare. Il Tonduzzi nel- VHistorie di Faenza confessa d'i- gnorare se Solarolo fosse nome di castello o di villaggio» e dice che la sua prima memoria è del io53. Nel- l'anno 1 187, per inimicizie di parte insorte tra gli abitanti, rimase ab- bruciato e distrutto, essendo quasi tutte le abitazioni formate allora di canna. Nel 1 2 1 8 risorto già dal- le sue rovine, per opera de' faen- tini, che al loro vicariato lo ag- gregarono, comparve munito e for- tificato di fosse e ripari. Per le fa- zioni de' guelfi e ghibellini, appar-

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tenendo ai primi i potenti Manfre- di di Faenza, furono questi costret- ti abbandonar il luogo del loro do- minio e rifugiai*si a Solarolo, di dove in breve furono cacciati da Guido di Montefeltro, ed il castello quasi distrutto. Sostenuti poscia i Manfredi da Roberto il Savio re di Napoli , tornarono a Faenza , quindi nel i32g forlilìcarono in miglior modo Solarolo, come luogo a loro caro, e difficile ad espugnar- si. Nel i34i i castellani pensaro- no a porre in sicuro le cose sacre, e però dentro alle mura fu edifi- cata la chiesa di s. Maria Assun- ta, tuttora sussistente. Nel i35o gli abitanti si difesero valorosa- mente da Astorgio Duraforte con- te di Romagna, il quale dopo l'as- sedio di due mesi meno un gior- no quantunque comandasse nume- roso esercito dovette ritirarsi ; dal che si può argomentare la fortez- za del luogo, e l'animo de' castel- lani. In seguito Francesco Manfre- di lo vendè ai bolognesi per tre- mila fiorini d'oro ; poscia Astorgio della medesima famiglia sovvertì i capi della guardia, e se ne rese pa- drone nel 1390; ma nel i4oo ai bolognesi fu restituito. Cinque anni dopo dal legato di Gregorio XII tolto al conte Alberico , fu dato a Gian Galeazzo Manfredi, ma rovinato per l' incendio eccitatovi dai difensori. Nel i5oi se ne im- padronì Cesare Borgia, dopo quat- tr'anni venne occupato dai veneti, nel i5o9 dall'esercito di Giulio W, che nel i5ii lo concesse ai faen- tini, finche Leone X nel i5i4 lo cede per quarantamila scudi a Si- gismondo Gonzaga marchese di Mantova : finalmente Gregorio XI U lo ricuperò nel i ^74 per trentasei mila scudi da Luigi Gonzaga xlu-

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ca di Nivers. Altro notabile avve- nimento di Solarolo lo riportam- mo al voi. XXIV, p. 143 del Di- zìonario, cioè che la duchessa d'Ur- bino Lucrezia quivi conchiuse la cessione del ducato di Ferrara coi cardinali legati, ed ove fu ricevu- ta e salutata con novantanove col- pi d'artiglieria . Solarolo conserva Je sue mura, ed una torre, avanzo della sua rocca. Vanta alcuni uomi- ni illustri.

Casola T^alsenìo , governo, di- stretto e diocesi d'Imola. Terra che s'incontra alla sinistra rimontando il fiume Senio da Castel-Bologne- se, in vicinanza del Monte Batta- glia. Fu prima fabbricata in mon- te, ove esistè fino al 12 16, quindi venne costruita nella valle del Se- nio, donde forse prese l'aggiunto Val-Senio. Ne' recenti tempi è an- dato sempre più migliorandosi il suo aspetto dal lato de' privati e- difizi. vago è meno dal canto della natura, dappoiché gli ameni colli ond'è cinta, formano una sim- metrica gradazione , cui accresce pregio la feracità de* campi, olive- ti, vigne e le deliziose villeggiatu- re con buoni edifizi. Vi sono due chiese, un convento di cappuccini, uno spedale e diversi belli fabbri- cati. Celebrate sono le sorgenti me- dicinali per quanto scrisse Giam- battista Codronchi, e particolarmen- te per quanto riuscì discoprirvi l'altro dottore Giovanni Montani nel 1824, delle quali acque l'una è semplicemente salata, l'altra mar- ziale , una terza epatica forte, e la quarta epatica leggiera; di tutte istituendo il lodato professore esat- ta analisi, ha procurato al paese un beneficio segnalato, e lascia dei suoi studi onorevole testimonianza. Verso il 12 18 gl'imolesi presta-

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rono soccorso di armati agli uomini di Casola e Monte Fortino , sot- tratisi dalla dipendenza de' faenti- ni. Giovanni XXllI nel \^ii l'ar- cordò con mero e misto impero a Lodovico Alidosio vicario d'Imola, in un alle sue pertinenze. Nell'in- cominciare del secolo XVI avendo i veneziani occupato Casola, la re- stituirono a Giulio II nel i5o4, laonde gli abitanti prestarono giu- ramento ai procuratori del comune d'Imola. Nei primi anni del secolo XVII Casola Valsenio si sottrasse alla giurisdizione d'Imola, per cui il comune imolese nel 1618 ricorse a Paolo V, il quale nel 1621 re- stituì il castello alla dipendenza d'Imola, il cui comune vi mandò per uffiziale Romeo Pascoli. Qui fiori la nobile famiglia Ceroni o Cervoni signora del castello di Ce» roni o Ceruni, Ceronius Pagus, dal- la quale uscirono molti uomini il- lustri e la nobile stirpe dei Soglia. In Roma nel 1826 co' tipi de Ro- manis uscì alla luce l'opuscolo in- titolato : Gentis Ceroniae in Aemi- Ha vetusta aliquot monimenta au- ctore Dominico Mitay avente nel frontispizio lo stemma dei Ceroni Soglia, ed in fine una tavola geo- grafica riguardante le cose narrate nell'opuscolo sulla gente Ceronia. Di questa fu pure l'esemplare re- ligioso Gio. Battista Ridolfi, nato nel i588 in Casola Valsenio da cavalier Giovanni, e da Alessandra Soglia da Ceruno, che nel 1610 vestì l'abito cistcrciense col quale morì in odore di santità nel i62[ al monte Soratte nel celebre mo- nistero di s. Silvestro. Il suo di- scendente monsignor Giovanni So- glia , nato, in Casola Valsenio , a- nonimo ne pubblicò il commenta- rio con questo titolo : De vita Joati-

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ni» Baptistae a s. Bernardo mo- nachi fuliensi commentarius^ Ro- niae i83r, col ritratto del vene- rando religioso. In questo commen- tario il dotto autore dice aver dato alla luce alcuni antichi monumenti della famiglia Ceroni illustrati dal dottissimo sacerdote Domenico Mi- li o Mila fino dal i635 da cui derivava la sua famiglia, encomia- to da parecchi letterati , massime di Milano, che giudicarono il com- mentario degno di essere posto fra le memorie delle cose italiane, ri- trovate e raccolte dal celebra tissi- mo Muratori. 11 commentario poi scritto con aurea semplicità dall'il- lustre prelato ora cardinale , ven- ne volgarizzato, e pubblicato colle stampe dal eh. prof. Giuseppe I- gnazio Montanari. Intorno al testo latino ne parlarono con lode il giornale Arcadico nei fascicoli di luglio i83i e settembre i832, cioè il medesimo Montanari , e il eh. prof. Domenico Vaccolini, il quale pur lodò il volgarizzatore] ed il eh. monsignor Tommaso Azzocchi nella dedicatoria che fece al car- dinale del suo utile Focabolarìo domestico di lingua itali ana, disse essere scritto colle grazie di Corne- lio Nepote. 11 Papa regnante Gre- gorio XVI rimunerò le vìkIù ed i lunghi eminenti servigi prestati alla santa Sede da monsignor Gio* vanni Soglia , che da arcivescovo d'Efeso l'avea fatto patriarca di Co- stantinopoli, creandolo cardinale ai 12 febbraio i838, e pubblicandolo a' i8 febbraio 1839 con dichiarar- lo pure vescovo d' Osimo e Cingo- lij che con zelo paternamente go- verna. Esultò la patria per un tan- to onore concesso al suo conter- raneo, e lo espresse in più modi, e njaggiormenle allorquando il car-

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dinaie si recò a visitarla. Si legge pertanto nel num. Sy del Diario di Roma 1839, che a' i3 luglio giunse in Casola Valsenio il cardi- nal Soglia, che sebbene per la nota sua modestia inaspettato , appena la deputazione del comune potè incontrarlo a poca distanza del pae- se, la popolazione ricolma di gioia^ suonando a festa le campane, lo ac- colse. Tal giubilo patrio si rin- novò affettuosamente in diverse for- me nelle ore pomeridiane, quando il cardinale accompagnato dalle au- torità locali si recò a visitare il convento de' cappuccini, pio e re- ligioso dono di sua munificenza; Nel numero poi 64 del medesima Diario , si narra come il cardinal Giovanni Soglia Ceroni a' i25 lu- glio con solenne pompa consacrai la chiesa de' cappuccini , costrutta! a sue spese nel 1825 col conven- to annesso; com' egli avèa incomin- ciato ad istituirvi le maestre pie per la cristiana educazione dellcì giovinette; del convito ed accade- mia vocale ed istromentale coil cui il comune volle addimostrare al benefico cardiìiale la sua rico-^ noscenza, e coli' intervento dell'o- dierno vescovo d' Imola. Descrive* ancora la festa che il magistrata celebrò nel seguente, in rendi- mento di grazie all' Altissimo per l'esaltamento alla sacra porpora dell'eminenza sua, con messa can- tata in musica , e Deum ne! maggior tempio. Indi il cardinale partitosi appresso la processione del clero dalla cappella del propria palazzo, procede tra l'esultanza del- l' immensa moltitudine alla posi- zione della prima pietra di unai chiesa in onore della Beata Vergi- ne del Carmine, che a pubbliche spese incominciavasi ad erigere ert*

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Irò il paese, per rendere Juievole Ja memoria di un avvenimento &1 glorioso per Casola. Tra le altre dimostrazioni di giubilo del ma- «bistrato in questa circostanza, volle ridurre a forma elegante e vaga la facciata esterna della chiesa prin- cipale, decorata di pilastri corinlii alla Bramantesca, disegno ed opera dell'egregio architetto casolano d. Luigi Ricciardelli, e sulla porta vi ha fatto scolpire in marmo analo- ga iscrizione in onore del cardina- le. Inoltre sulla genealogia , dira- mazione, alleanze e gesta della po- tente famiglia Ceroni dififusamente parla Linguerri ne' suoi Cenni sto- rici della Valle del Senio. Una parte de' Ceroni si stabili in Imo- la, e furono aggregati alla nobiltà; ebbero uomini illustri in leggi, in lettere, ed in altri pregi, e fini tal nobile ramo imolese a' nostri nel canonico Ippolito e in due fem- mine nubili. Casola Valsenio no- vera le comuni di Castel del Rio^ Fontana^ e Tossignano , folte di popolosi villaggi. Ventuno poi ne sono uniti alla sua amministrazione principale.

Castel del Rio. Comune sogget- to al governo di Casola Valsenio, distretto e diocesi d' Imola. Non è al certo recente l' epoca in cui originò, essendo antica e ragguar- devole, ma pure non può stabilir- si il preciso suo sorgi mento. E qui un ponte di meravigliosa costruzio* ne ed altissimo, e che con una sola luce elittica unisce due monti dr scoglio ove passa il fiume Santer- 110, ponte eretto dalla famiglia Ali- dosi signora del castello. 11 territo- rio è montuoso ; il paese contiene de' semplici fabbricati, fra' quali e- sistono gli avanzi dell'antico palaz- zo degli Alidosi formato a guiia

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di fortino, eh' è di buona costru- zione. Quivi nacque il carilinal Francesco Alidosi , Della fami- glia Alidosi signora d'Imola, in Ro- ma fiu'ono pubblicate le Memorie storiche deli antica ed illustm fami' glia Alidosiay di cui ne fu ano- nimo lodato autore il p. abbate d. Pietro Ginanni ravennate , mona- co cassinese. M.r Chasor nelle Gc' nealogies hist. t. II, p. 53 1, tratta des seigneurs d'Imola de la mai- son d'Alidosio.

Fontana. Comune soggetto al governo di Casola Valsenio, distret- to e diocesi d'Imola. Giace quasi alle sponde del fiume Santerno, in piana vallea, fertile ed abbondevo- le del necessario : é circondata da ubertose colline e monti^ in salu- tifero clima. Prima era circondata di mura con sua porta, dividendo il borgo del castello un bell'arco, disegno di Luigi Zampa ottimo ar- chitetto forlivese. A questi pur si deve l'odierno ed elegante palazzo pubblico. L'ospedale o ospizio di s, Antonio abbate ebbe origine nel secolo XVI. JXel 1823 incominciò la fabbrica del bel cimiterio. Vi sono inoltre due chiese. Siccome Fontana seguì i destini d'Imola ed in parte di Tossignano, qui appres- so ci limiteremo ad accennare le cose principali , avendo ultima- mente scritto la Storia di Fonta- na il eh. Antonio Vesi., Forlì tipografìa Bordandini i838: in es- sa si fa onorevole menzione de'suoi uomini illustri, principalmente a pag. 263 e seg. Tra questi nomi- neremo Domenico Miti o Mita sa- cerdote dottissimo, la di cui fami- glia era da più di un secolo sta- bilita in Fontana; e siccome Ca- sola, Imola e Tossignano lo vo« gliono loro, e questo ultimo eoa

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fjuanlo elice a p. 122 e seg. della sua storia, così Io storico di Fon- tana, ha creduto bene a pag. 268 di riportare la fede del battesimo ricevuto da Domenico nella chiesa arciprelale di s. Pietro in Fonta- na nel 1 590. A seconda della tra- dizione dicesi fondata dalla repub- blica fiorentina, poco lunge dalla presente, seguendo ne'suoi primor- di la ventura del vicino Tossigna- no e d'Imola. Fu cinta poi di mu- ra, e fornita di torre dal forocor- neliese Marzio Coralto, quando nel 554 da Narsete gli fu donato il suo agro, mosso a compassione che nel- l'eccidio della patria avea perduta la moglie coi figli. 11 castello fu chia- mato ancora Fontana d'Illice, prima del o65j Fons Illicis o Castnun Illicis. Questa denominazione vuoi- si ripetere, secondo le tradizioni, perchè presso la terra esisteva un copioso fonte coperto d'un bellis- simo elee. Dopo la morte di Co- ralto soggiacque alla dominazione de* longobardi, ed al termine del loro regno passò sotto quello della santa Sede. Nelle successive guer- re che ebbero gl'imolesi coi faen- tini, forlivesi e ravignani. Fontana ne provò le triste conseguenze, come patì le devastazioni prima degli ungari, poi de' saraceni, i quali furono fugati dal Papa Gio- vanni X da Tossignano. Unitosi Fontana a Tossignano contro gli imolesi, onde scuoterne il giogo, furono in vece di nuovo assogget- tati alla loro divozione. Non passò gran tempo che Fontana e Tos- signano nel 966 insorsero nuova- mente colle armi a danno d' Imo- la ; ma per le forze maggiori di questa, furono battute e fatte segno al militare furore. Bramosi di ven- detta, nel 983 presero parte nelle

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sanguinose civili discordie d'Imola . La prudente condotta di Corrado Sassatelli intiepidì l'odio dei fon- tanesi e tossignanesi, che stettero indifferenti nella guerra tra i fio» rentini e gl'imolesi del 1062, an- zi in quella co' bolognesi i fonta- nesi aiutarono Imola. Nel declinar del secolo XII Fontana, e massi- me Tossignano, avendo scosso il dominio imolese, furono severa- mente punite. Quando i bolognesi s'impadronirono del contado d'Imo- la, Fontana andò soggetto ad essi, e poscia verso il 1222 rinnovò il giuramento di obbedienza all' imo- lese repubblica. Dopo aver giurato con tutta la Romagna fedeltà a Fe- derico II, venendo questi scomu- nicato da Gregorio IX, Imola si collegò coi luoghi del contado con- tro l'imperatore, quindi le fatali fazioni de' guelfi e ghibellini deso- larono ancora queste parti. Nel 1262 con Imola soggiacque di nuovo Fontana ai bolognesi, e poi passò ad essere dominata da Pie- tro Pagano da Susinana, cui la ritolsero i bolognesi , quindi da Mainardo Alidosio. Nel secolo XIV" i francesi furono scacciati dalla valle del Santerno , e disfatti a Gallisterna : la Romagna tutta stra- ziata da guelfi e ghibellini} Fon- tana passò in potere prima di Man- fredi, poi di Monalduccio da No- cera, indi a molti altri. Gli Alido- si la dominarono più a lungo, al- la cui signoria pose fine il duca di Milano. Al duca subentrò la Chiesa, a questa Imola e poi Man- fredi : di nuovo Fontana passò al duca di Milano, finche divenendo* ne signore Girolamo R.iario, dopo la sua morte fu occupata da Ce- sare Borgia duca Valentino. All'e- saltazione di Giulio II nel i5o3.

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Cesare fu spogliato delle signorie usurpate, onde Fontana ritornò al- l'obbedienza della Chiesa. Guido Vaini nel i523 mosse guerra ai signori di Cerone, ne assediò il castello che fu virilmente difeso: divenuto signore di Fontana, Cle- mente VII gliela tolse e ne inve- stì Ramazzotto , che voleva rite- nerla quando Paolo III la cede ad Imola, la quale concesse al castel- lo nel 154B il mercato in vantag- gio del commercio: a questa epo- ca il convento de' religiosi serviti già fioriva in Fontana. Questa con Tossignano ed altri luoghi Paolo IV diede in feudo al nipote An- tonio Caraffa marchese di Montebel- lo, indi passò al dominio ecclesiasti- stico, a Federico Borromeo, al car- dinal s. Carlo, e ad Annibale Altemps. Dopo diverse vicende di guerre e di peste il terremoto nel 1690 ro- Tinò il ponte Colombarino che dalla strada conduce al paese, on- de il comune fu costretto farne uno di legno. Nel secolo XVII I il marchese Spada Amatore comperò il feudo di Fontana, che pati tut- te quelle vicende che agitarono più volte quel memorando secolo. Nel 1748 ebbe luogo un terribile av- venimento ; un erto colle che so- vrastava al paese di repente si avvallò, schiantando i sottoposti terreni, e molti vi perirono in mo- do fatale e lagrimevole. Scompar- sa la pubblica strada si formò a fianco del castello un profondo la- go; e si temè che il palazzo pub- blico, il convento de' servi e parte del paese minasse. Soccorse a tanta desolazione il benefico Clemente XIII, concedendo l'esenzione dei dazi per tre anni. Eransi quasi finite le riparazioni, quando furio- sa tempesta rovinò il nuovo pon-

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te e la chiusa, e ì danni divenne* ro maggiori che prima. Ed è perciò che lo stesso Pontclice prorogò di altri tre anni la concessione. In- tanto nel 1757 comprò il feudo il marchese Francesco Marvelli Tartagni forlivese, in un a Tossi- gnano dalla famiglia Spada. Fu sotto di questo nuovo signore che i francesi invasero le legazioni, ed ebbero luogo quella serie di avve- nimenti che ancora deploriamo. Sta il territorio in colle e in piano. Tossignano. Comune soggetto al governo di Casola Valsenio, distret- to e diocesi d'Imola. È posto su ameno colle, le cui falde sono ba- gnate dal Santerno. Vi sono tre chiese ed un oratorio, cioè l'arci- pretale di s. Michele ch'è la mag- giore e fu un tempo de' domeni- cani, ove in sontuosa cappella si venera un' antichissima miracolosa immagine della Beata Vergine; al- tra delta di s. Maria appartiene allo spedale; la terza è in onore del dottore s. Girolamo; l'orato- rio è sacro a' ss. Rocco e Bernar- dino, e vi si venera un miracoloso Crocefisso. La piazza è fornita di un porticato a foggia d'anfiteatro; il palazzo già baronale, ed il co- munale già pretoriale, sono due buo- ne fabbriche. Il suo ampio borgo è posto in riva al fiume Santerno. Antica è 1' origine della terra, che esisteva nel V secolo ed ei'a luo- go atto alla difesa. Nell'VIII seco- lo fu data agli ostia ri di Ravenna, e nel principio del X già vi fiorivano distinte famiglie, tra le quali quella de' Bulgarelli, e quella de' Cenci da cui si vuole uscito Giovanni X, e- letto Papa nel 914, nato in Tos- signano. Dal dominio degl' imolesi passò in detto secolo a quello dei fiorentini , quindi ritornò sotto i

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primi che ne distrussero la rocca. Si diede poscia ai bolognesi , ma nel io3o Ugolino Alidosi punì i ribelli col saccheggiare il paese. Nel 1062 Cassiano Oiaboni tossigna- nese generale d'Imola, riportò se- gnalato trionfo sui fiorentini pres- so Sassatello. Divenuti potenti i tossignanesi tentarono inutilmente digiogarsi dagl' imolesi, però molti si unirono a quelli che andarono alla conquista di Gerusalemme col- la prima crociata, e con essi due della famiglia Eltorri. In quel tem- po anche nelT ecclesiastico già Tos- signano dipendeva da Imola , che mentre parteggiava per gì' impera- tori, la terra seguì sempre le parti del Papa, e perciò guelfa. Dopo essersi unito a' bolognesi contro I- mola, abbandonalo dai primi, fu messo a ferro e fuoco nel i 98 , e gii scampati dalle strage edifica- rono il borgo di Tossignano. In- nocenzo III nel 111 5 confermò al vescovo Mainardino la pieve e ca- stello, come avea fatto Onorio II. Nel 1226 Tarciprete già era cano- nico delia cattedrale imolese. Nel 12 56 il senato di Bologna ordinò che si edificasse una rocca in que- sta terra, che ricusò nel 1292 sog- gettarsi all'Alidosio divenuto capo della repubblica d'Imola, e più volte si difese da diversi attacchi coll'aiu- to dei bolognesi, da' quali ancora dipendeva nel iSoy. Dopo il i36o di nuovo dipendelte dal vicariato d'Imola, e continuò ad aver parte nelle vicende tra guelfi e ghibelli- ni comuni. Nel i386 in Tossigna- no, anzi in Codrignano suo villag- gio, ebbe i natali il b. Giovanni Tavelli, che fu vescovo di Ferrara {Fedi). Nel 1397 i tossignanesi di nuovo si tolsero dalla dipendenza d'Imola, ma furono repressi, fin-

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che nel 1399 Bonifazio IX die la terra in vicariato a Lodovico Ali- dosi, di cui qual ribelle fu spoglia- to dal cardinal Cossa che nel i4o4 ne investì Alberico di Cunio conte di Barbiano. Non andò guari che l'Alidosi, fatto senno, riebbe il vi- cariato, di cui nel 14^4 lo spogliò il duca di Milano, il quale nel 1426 restituì ad Imola, e poscia nel 1435 riprese, finche sotto Eu- genio IV passò il dominio ai Man- fredi. Girolamo Riario ne divenne signore nel i47^> come vicario d'I- mola, e lo era pure di Forlì. Ver- so il i5oo la vicaria imolese fu data a Cesare Borgia, e nel 1 5o4 Tossignano fu occupato dai vene- ziani, che neir anno seguente con Casola Valsenio ed adiacenze con- segnarono a Giulio II. Volendo poi questo Papa liberar Bologna dai Bentivoglio, portatosi in Romagna, a' 20 ottobre i5o6 si condusse a Tossignano incontrato dal clero e dai maggiorenti del paese, tra il rimbombo dell'artiglierie della roc- ca , ed il plauso degli abitanti e della moltitudine accorsa dai luo- ghi circostanti. Fu alloggiato dalla famiglia Orsolini , mentre dodici cardinali e i prelati furono ospitati cogli altri delia corte nelle case Ungarelli, Passeri, Zagnoni, Favelli, Fini , Caravaglia ed altre , e nel chiostro de' conventuali il cui con- vento poi distrutto era stato colla chiesa edificato nel i326 da Gio- vanni Ranucci. I tossignanesi in si fausta occasione diedero ogni ma- nifesto argomento del loro giubilo. Dipoi Giulio II investì di Tossi- gnano Ricciardo Alidosi, di cui Io spogliò Clemente VII per alcuni misfatti, avendolo di discaccialo il presidente di Romagna unito ai Ceroni di Casola Valsenio. Le osti-

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lità e le fazioni che avevano de- solato il contado nei secoli prece- denti, si rinnovarono nel poutiQ- cato di Clemente VII, massime nel- la vallata del Senio, per le ostililù commesse contro i guelfi signori di Cerone, i quali non mancarono con valore sostenere i replicati as- salti di Guido Vaini e Ramazzot- ti; che anzi assistili dai loro alleati Soglia, Fichi, ed altri in gran par- te parenti, a* 28 ottobre i523 fe- cero dei due uniti nemici completo sterminio. Tutta volta riuscì allo scaltro Ramazzotto ottenere dal Pa- pa in feudo Tossignano, Fontana ed altri luoghi, ma fu acerbo si- gnore. Paolo III , pe' suoi misfat- ti, lo fece esiliare, e benché Ra- mazzotto avesse reso inespugnabile Tossignano, questo fu preso dalle milizie pontifìcie di Magalotti ve- scovo di Chiusi, presidente di Ro- magna, in un a Fontana ed altri luoghi che tutti restituì ad Imola, a patto di pagare alla camera a- postolica cinquemila ducati, e de- molir la rocca di Tossignano , Io che fu eseguito con grave pregiu- dizio delle fabbriche della terra. Paolo IV nel i556 die Tossigna- no, Fontana, e la Rocca di Codron- co con altre comuni in investitu- ra al suo nipote Antonio Caraffa marchese di Montebello e capita- no della guardia pontifìcia: con questi incominciò la serie de' ba- roni di Tossignano, che solo ebbe fine nel 1797. Tossignano fu da tutti i feudatari tenuto a capoluo- go del loro piccolo stato, e perciò ivi abitavano allorché si recavano ai feudi, ed era sede dei governa- tori, cancellieri ed altri ministri. Nelle guerre col duca d'Alba, il feu- do Caraffesco soffri gravi danni. Sotto Pio IV e nel i56o Tossi-

IMO gnano fu venduto al conte Fede- rico Borromei, e dopo due anni gli successe il fratello cardinal s. Car- lo arcivescovo di Milano: il suo governo fu quello di un santo, e giusto era stato quello del fratel- lo. Nel i565 s. Carlo cede il feu- do al cognato conte Annibale Al- temps, cui successe il cardinal Mar- co; nel i577 il conte Roberto, e nel 1587 il duca Gio. Angelo Al- temps, che mori in Tossignano. Successivamente ne furono feuda- tari il duca Pietro Altemps dal 16*25 al 1692, e il duca Giusep- pe Maria Altemps, tutti romani, sino al 1700. Sotto il governo dol- ce e saggio di tali feudatari, nelle scienze e nelle lettere fiorirono in maggior numero delle precedenti epoche molti tossignanesi, senza con- tare i numerosi sacerdoti e clau- strali. Il detto duca Giuseppe nel 1700 vendè il feudo al marchese Giacomo Filippo Amatore Spada di Bologna, il quale ebbe a suc- cessori i marchesi Francesco Ma- ria Alerano nel 1706, Giuseppe Nicola nel 1728, e Leonida nel 1752. Questi eccellenti feudatari non furono diversi dai precedenti, encomiati per beneficenza e pietà. Però il marchese Leonida nel 1757 vendè il feudo al marchese Fran- cesco Maruelli Tartagni di Forlì , il quale con amorosa cura prese il governamento de' suoi popoli, e segnatamente de' tossignanesi. Nel 1791 facendo la visita di Tossigna- no il cardinal vescovo Chiaramon- ti, poi immortale Pontefice Pio VII, dichiarò arcipretale la chiesa di s. Bartolomeo del Borgo. Nell'inva- sione francese del 1797 '1 marche- se Tartagni restò spogliato del feu- do, e Tossignano segui le politiche vicende d'Imola, sorte che toccò

IMO agii altri luoghi del contado; ma Tossignano patì il più lag^imevo^c saccheggio nei maggio 1799, in cui furono orrendamente profanate le chiese, provocato dal bargello An- tonio Lombardi dell'Umbria, avido di fortune e di rapine. In Tossi- gnano fiorì un'accademia lettera- ria, fondata dal p. m. Pellegrino Ricci minore conventuale, intitola- la ; Prima Àgrichia de pastori con- cordi. Ma delle notizie storiche di Tossignano e de' moltissimi uomi- ni illustri che vi fiorirono ne tratta- no l'erudite ed importanti Memo- rie sloriche intorno alla terra di Tossignano^ Imola, dalla tipografia Benacci 1840, raccolte e pubblica- te dai benemerito di Tossignano Giuseppe Benacci, e dedicate ai tos- signanesi.

Quanto alle comuni di Doiza e Mordano poste nel circondario d'Imola, riportiamo i seguenti bre- vi cenni.

Dozza. Comune soggetto al di- stretto e diocesi d' Imola. Viene pure denominata Doccia. Il terri- torio é in colle e piano. Ha un palazzo a guisa di fortezza munito di bastioni. Della sua origine poco si conosce, riscontrandosi soltanto che nel 1 1 98 i bolognesi, guidati da Uberto Visconti di Piacenza loro pretore, invasero il territorio, rivendicato poi dagli imolesi, ai quali l'avevano tolto i bolognesi. Clemente VII nel i5i/\. o nel i53o ne investì il celebre cardinale Lo- renzo Campeggi di Bologna, suoi eredi e successori ; ma per morte di Rodolfo Campeggi il comune d'Imola ne implorò la restituzione da Paolo III, che dichiarò devolu- to il castello nel i547 alla came- ra apostolica, quindi lo restituì con investitura alla giurisdizione d'I-

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mola, annullando il precedente dis- membramento . Siccome però i dozzesi ostavano a ritornare sotto gl'imolesi, così il senato d'Imola ottenne dal Papa a'7 gennaio i548 un nuovo breve diretto al vice- legato di Romagna, cui commetle- vasi prendere possesso del castello e della rocca di Dozza , e con- segnar ambedue alla città d'Imo- la. Gli ordini pontificii furono e- seguiti, ed a'3 febbraio il comune del castello spedì i suoi deputati che giurarono obbedienza al sena- to imolese, il di cui comune sbor- sò al vice-tesoriere apostolico scudi i5oo, ed Annibale Milani fu il primo uiKìziale dato da Imola ai dozzesi. Mal soffrendo questi la imolese dominazione, mossero lite avanti il tribunale della rota, la quale pronunciò contro il comune d'Imola, il quale però nel i549 si appellò al Pontefice, e fu rein- tegrato. Nel i562 Pio IV fece re- stituire il castello alla famiglia Cam- peggi, e furono inutili le energiche suppliche e rimostranze fatte da- gli imolesi al Papa, e al successo- re s. Pio V. Nel 1592 il cardi- nal Francesco Sforza legato di Ro- magna, volendo per suo diporto ve- dere il castello di Dozza, gli fu vie- tato l'ingresso dal castellano Fran- cesco Bonini dozzese. Irritato il car- dinale ordinò l'assedio della rocca, e a chi pel primo avesse scalalo le mura promise scudi cento, e la liberazione di due banditi. Orazio Lippi imolese riuscì nell'impresa, ed ebbe solo il promesso denaro, e ven- ne scelto consigliere. Nell'anno se- guente il comune d* Imola espose i suoi diritti su Dozza a Clemente VI1I> che nel 1 595 la restituì agi' imo- lesi. Nella rocca di questa terra mostrasi una stanza addobbata ad

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arazzi, cbe la tradizione dice esse- re dono fatto da Enrico Vili re d' Ingliilterra al cardinal Lorenzo Campeggi a lui spedito legato a intere da Leone X, oltre altri ma- gnifici doni.

Mordano. Comune soggetto alla diocesi e distretto d'Imola. Il ter- ritorio è in piano, i cui fabbricati furono circondati di mura l'anno i loo. Quando nel i494 Carlo Vili si portò in Imola con i4ooo francesi per la conquista del regno di Napoli, cominciò ad attaccare gli stati di Caterina Sforza e di Ot- taviano suo figlio. Dopo avere i francesi dato inutilmente l'assalto a Bubano, si volsero contro Mor- dano, castello assai ben fortificato, che gli abitanti aveano giurato con- servar ad Ottaviano a costo della vita. L'armala assalitrice adoperò il maggior impeto e la più calda ferocia, che i mordanesi sostennero valorosissimamente, ma sopraffatti da forze sproporzionate dovettero cedere. Entrati i francesi nel ca- stello incrudelirono contro ogni età e sesso, come narrano molti veri- dici storici. Dopo il 1766 e nel pontificato di Clemente XIII ten- tarono i mordanesi sottrarsi dalla giurisdizione d'Imola, come pur facevano quei di Casola Valsenio ed altri comuni, ma Clemente XIV nel 1770 con suo chirografo di- chiarò che Mordano e gli altri luoghi dipendessero da Imola.

Imola come altre antighe città andò soggetta per la storia della sua origine a congetture e a di- versità di opinioni. Dopo la di- struzione di Troia, perseguitati dai greci, vennero i troiani condotti in Italia da Antenore, uno de' loro capi, ed alcuni vuoisi che passas- %^V0 ad abitare que' luoghi che or^

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chiamiamo Lombardia e Romagna. Da questo po{)olo fuggitivo l' imo- lese Vincenzo Savini , Notabiliiun gestorum civitatis Iinolae mss., ri- conosce l'origine della città d'Imo- la nell'anno del mondo 2790. Il nome d'ilia o Illione con cui viene disegnata una porta della città, è l'unico fondamento a cui si appog- gia questa debole opinione. Due- cent'anni dopo l'eccidio di Troia i tirreni, detti anco etruschi o to- scani, divennero abitanti e domi- natori d'Italia, non però è certo che gli etruschi abbiano fabbricato Imola come vollero taluni. Verso l'anno i56 di Roma molti galli, celti, bretoni, cenomani, insubri e car- nuti da Ambigoto loro re, e sot- to la condotta c^i Belloveso suo nipote, furono mandati a pro- cacciarsi stanza e alimenti nel- le regioni occupate dagli etruschi, mentre i boi ed i lingonesi, al di- re di Polibio lib. 2, e di Tito Li- vio lib. 5, si dilatarono fra Bolo- gna e Ravenna. Nellanno poi di Roma 363 Breuno condusse in Italia i galli senoni, cos\ appellati da Sens loro capitale, che giunsero persino a Roma ove furono respinti dal dittatore Camillo. Non bramanr do i senoni ulteriori conquiste, procu- rarono assicurarsi quelle delle pro- vincie occupate, le quali dalle Alpi si estendevano sino all'Arno ed al Jesi, 0 alla Marca d'Ancona, e che ottennero dai romani il nome di Gallia Cisalpina, Citeriore, Togata. Fu dunque dai galli conquistato quel luogo ancora su cui sorge Imola al presente, ed alcuno opi- no che ne furono i primi edifica- tori. Tal fondazione fu pure attri- buita ai romani dopo la discesa d'Annibale in Italia, a Scipione Nasica, ai qimbrijf ai teutoni o 41

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ligurlnl senza prove positive. In tan- ta discrepanza di pareri è cer- to che Imola verso V anno del mondo 388o ebbe dai romani se non l'erezione, almeno il nome, lo splendore e V ingrandimento. Jjucìo Cornelio Siila valoroso vin- citore di Mitridate, conquistatore della Grecia e della Tracia, dopo di aver trionfato dei partigiani di Caio Mario, si fece proclamare dit- tatore dal senato romano. Fu al- lora che cessate le guerre. Siila introdusse il costume di accordare in premio ai soldati veterani be- Demeriti, parte di quei terreni ove egli aveva portato le vittoriose sue armi. Siila pertanto mandò il suo favorito Appio prefetto di nume- rosa milizia, ad abitar quel vico che chiamiamo Imola, posto in dolce clima, in gradevole situazio- ne, con terreno ubertoso, ed abi- tanti di semplici costumi. Ai no- delli ospiti non venne permesso inoltrarsi nell'abitato allora angu- sto, finche non fossero giunti gli ordini del dittatore e del senato per accoglierli, e conceder loro una porzione di beni. Appio fu ragio- nevole a tali rimostranze, ed intan- to accampò il suo esercito in un'a- mena collina alle rive del Vatre- no, la quale venne dall'esperto du- ce fortificata col farvi sorgere un castello che si chiamò dipoi il Ca- stello d' Imola^ ed ora viene detto Castellaccio.

Alla esatta disciplina e pruden- te contegno dell'esercito romano nel tempo che si aspettavano da Roma le risoluzioni, corrisposero i grati abitanti con tratti amorevoli e con somministrazioni di vetto- vaglie. Giunti gli ordini di Siila, venne commesso ad Appio inol- trarsi liei \ico, ed usar cortesi mo-

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di con una popolazione eh' erasi mostrala cauta, fedele e generosa. Quindi Siila dichiarò questo suolo colonia romana, in un modo di- stinto e privilegiato, perchè venne ascritta ad una delle trenlatre tri- bìi nelle quali rimaneva divisa la cittadinanza romana, cioè alla tri- bù Follia. In virtù di questo ono- revole legame gli abitanti della co- lonia avevano luogo e voto ne'gene- rali comizi, diritto alle supreme ma* gistrature, ed altre prerogative. Che Imola fosse realmente colonia mi- litare romana, che in Roma avea ì suoi procuratori, e che tra i set- te quartieri posti nell'agro Rimine- se, e amministrati dai rispellivi decemviri e decurioni uno era di pertinenza de'corneliesi , lo si ha da incontrastabili monumenti. In- trodottisi in Imola amichevolmente i romani, e provveduti con saggio riparto di comodi, di rendite, e di quanto occorreva al loro sostenta- mento, cominciarono a poco a poco a familiarizzarsi cogli abitanti, i qua- li appresero i loro costumi e le loro leggi. Allora fu che congiun- te le famiglie degli abitanti alle romane, la nascente colonia au- mentò di popolazione. Appio si prestò pel ben essere dell'occupato paese, e consapevole che la felicità de' popoli dipende dalle provvide leggi, dalle ben ordinate magistra- ture, e dalla rehgione, ogni cosa stabilì nel luogo. A piedi del mon- te detto Castellaccio fissò un luo- go pei comizi , ivi radunò il po- polo insieme coi magistrati ed uf- fìziali del medesimo, e vi pubblicò le saggie leggi romane, all'osser- vanza delle quali tutti solenne- mente si obbligarono con giura- mento, venendo con universale con- senso acclamato sommo e per-

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pctuo mngislrato de! paese. Qui notei'emo che a piedi dello slesso monte da pochi auni furono sco- peiie salulifeie acque termuh, alle quali concorrono anche molli fo- icslieri. Assunlo appena il coman- do, Appio si accinse a rendere nelle uienli dei docili abilalori le idee religiose piìi ferme e più rispelta- bili; per lui quindi Marie e Ve- nere ebbero particolari templi, il primo sul Castellaccio, la seconda nella laguna poco distante dal luo- go ov'è presentemente s. Pietro di Laguna, e tra' più savi abitanti furono scelli i flamini delle due divinità: per lui fu restaurato il tempio di Minerva ; per lui nel luogo che allora fu detto Ariolo, e poi per corruzione Oriolo oRiò- lo, si fabbricò il soggiorno per gli auguri falli venire dalla Toscana. L' indefesso Appio per affezionar la gioventù ai laboriosi esercizi e per addestrarla alle armi fece edifica- re il teatro o sia arena pei gla- diatori, nel luogo ov'è oggi la chie- sa di s. Maria in Regola, e in mez- 20 ad esso v'innalzò la statua di Siila ; disegnò il campo Marzio, presso cui per promovere l'agricol- tura fissò anche il campo Boario^ ove dovevano raccogliersi ne' pre- scritti giorni i rusticani. Si Irò va- rano i due campi nella pianura presso al ponte posto sul Valreno, per mezzo del quale gli abitanti del monte erano uniti a quelli del- la pianura, il ponte divideva il paese, che per l'ampliazione di Sii- la estendevasi dal monte Castel- laccio sino quasi al torrente Cor- recchio, comprendendo non solo il luogo ove è ora Imola, ma anco- ra il distrutto castello di s. Cas- siano, poco lungi dalla chiesa det- ta della Croce coperta. Io tal ca«

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stello ne'primi secoli del cristiane- simo fu creilo l'episcopio colla Cattedrale.

Così ampliato questo paese si adoprò il benemerito Appio pel suo maggiore abbellinioiilOj il per- chè non lunge dalia porla llia fu- rono fabbricale le pubbliche ter- me: qui si eresse il foro venale ornato di magnifici portici, qui si innalzò un'altra porla chiamala Appia, e qui si lastricarono le pubbliche vie egualmente che quel- la la quale dalla ricordata porta conduce alle valli, e che fu deno- minata Selice, perchè lastricata con quelle selici o selci, che furono mandate in queste parli onde com- pire la via Flaminia. belle dispo- sizioni piacquero a Siila, il quale non lasciò quindi di onorare con amplissimi privilegi quella novella militare colonia, e di mandarle da Roma uomini integerrimi e illu- minati, che con onore ammini- strassero la giustizia. Inoltre im- pose ad Appio di fondare nel paese due tribunali, ai quali pre- siedessero due prelori per la facile trattazione delle cause, per cui il pretore urbano decideva le cause degli oppidani, ed il pretore pe- regrino quelle de' forestieri, e l'uno che l'altro furono investiti di sommi poteri, co' quali decide- vano affari che per l'addietro al solo senato romano erano riserba- ti; ed è perciò che in questo luo- go dovevano concorrere gli abitan- ti delle Provincie per la spedizione delle liti. Appio in tale circostan- za fece pubblicare per la provincia queste supreme disposizioni del dit- tatore, e fu in quel tempo ch'egli chiamò il paese Foro di Siila e Foro di Cornelio, giacché sotto i favorevoli auspicii di Cornelio Sii-

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la questo suolo, prima oscuro e negletto, ottenne un ordinato modo tli politico regolamento, una forma elegante, e crebbe alla celebrità e allo splendore. Questa è l'epoca della fondazione o almeno rinno- vazione di Foro di Cornelio, ed errò Agnello con quanto scrisse nella vita di s. Pier Grisologo. Il complesso delie cose narrate, fece- ro ben presto salire a rinomanza questo Foro, e diverse illustri fa- miglie romane, mosse dalla felicità del governamento, e dall'amenità del sito, vi si recarono a stabilirvi, come fece la stirpe nobilissima dei Vestri, Lucio Spurio, Aulo Petilio, e il Severo Catone, i quali gene- rosi concorsero a rendere più il- lustre il suolo corneliese. E in fat- ti Spurio chiamato da Appio a parte delle sue diffìcili intraprese nel cingere l'ampio Foro di mura, ornò la città dalla parte del fiu- me verso oriente di nuova porta, che per lui si chiamò Spuria e poscia per corruzione di vocabolo Spu viglia, e la cinse di larghe fos- se profonde, di un ponte amovibi- le, e d'una ben munita torre. Pe- tilio tàbbricò sopra uno de'vicini colli una magnifica villa, dal suo nome chiamata Pediliano, ed ora Tediano. M. Porzio Catone, nel monte che fu detto Catone, in- nalzar fece un ameno soggiorno per villeggiarvi, e qui si trattenne, sinché le politiche vicende di Ro- ma Io chiamarono a porre un ar- gine col rigore di sua condotta alla depravazione, e a farsi scudo alla libertà vacillante.

Dopo tre anni di dittatorato Sii- la rinunziò, e tornato alla condi- zione di semplice cittadino, poco dopo morì. INon andò guari che Koma fu divisa dalla guerra civi-

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le, r Italia e la Gal Ha Cisalpina ne provarono le funeste conseguenze. Giulio Cesare, vinto Pompeo in Farsaglia, ottenne la perpetua dit- tatura, ma colla sua uccisione ge- nerale fu lo sconvolgimento , ed affrettò la caduta della repubblica romana. Il console Marc' Antonio volendo vendicare il defunto ebbe a rivale Decimo Bruto, che rac- colse molta truppa, e vuoisi che ricevesse soccorso dai corneliesi, pres- so a' quali prevaleva il partito dei pompeiani , onde la provincia fu agitata dalla guerra ; Bruto si re- cò alla difesa di Modena ove l'as- sediò Marc' Antonio. Questo conso- le turbolento, per l' eloquente ar- ringa di Cicerone venne dichiara- to ribelle e nemico della patria , ed a suo danno mossero i consoli Ircio e Pansa , e Caio Giulio Ce- sare Ottaviano nipote ed erede del trucidato dittatore. Ottaviano fer- mò il suo esercito nel Foro di Cornelio ; Ircio andò ad accam- parsi presso eia terna, presenlemeu- te Quaderna. Ircio e Pansa dopo vari combattimenti peiderono la vita, onde Marc' Antonio, Emilio Lepido, ed Ottaviano formarono un triumvirato , e alla presenza degli eserciti schierati nella cam- pagna bolognese si divisero l'im- pero dell'universo. Dipoi Marc'Au- tonio ed Ottaviano divenuti ne- mici, questi vinse il primo ad A- zio, restò arbitro dell' impero, e fu salutato imperatore ed augusto. Applicatosi neir ordinamento d' un sistema di governo corrispondente alla vastità dell' impero, Imola co- me le altre città nella somma del- le cose dovette dipendere da Au- gusto: tutlavolta restandole la li- bertà di usare di quel diritto che r era stalo conceduto da Siila, prò-

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seguì essa forse sino all' abolizione de' romani comizi a congregare i suoi decurioni, onde dassero il voto per l'elezione di quei magistrali che risiedevano nella capitale del- l' impero , e a mandar suggellati secondo gli ordini di Cesare i vo- li a Roma, per unirsi ai suffragi delle altre città che godevano un egUHi diritto. Del rimanente que- sto Foro eslrasse dal suo seno quei soggetti che destinar si dovevano a regolar l' interna polizia , ad am^ ministrar la giustizia e decidere le questioni, a formar leve nelle ur- genze di guerra , e ad imporre quelle contribuzioni che si voleva- no pei bisogni del paese egualmen- te che dell'impero; restava per ^llro ai cittadini un pieno diritto di appellarsi dai decreti e giudizi municipali, alla decisione de' ma- gistrati romani. Indi il Foro sog- giacque alla sorte delle città del- l'impero, agli avvenimenti che si successero, ed alle conseguenze pro- dotte dalla bontà o crudeltà degli imperatori , non che dalle guerre civili prodotte da quanti aspirarono all'impero. Sotto l'imperatore Vespa- siano, come negli altri municipii così nel Corneliese venne ristabili- to il governo introdotto da Au- gusto, saggio e moderato principe. Però sotto Adriano e verso l'anno i35 dell'era cristiana Imola colle altre città d' Italia scemò di molto nel potere e nella libertà. Al dire dell'annalista Gamberini dopo la metà del terzo secolo patì molto il Foro di Cornelio, indi fu risarcito, e posto in istato di difesa da Au- reliano , che pacificò l' Italia e ne riordinò il suo governo, ed Imola ubbidì a norma delle altre città d'Italia.

Avendo il saggio e benefico Go-

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stanlìno il Grande trionfato del- l'usurpatore Massenzio, si rallegrò r Italia tutta : questa che da Au- gusto era stata divisa in undici Provincie , fu da Costantino ripar- tita in diecisette, e per ciascuna di esse vennero create nuove magi- strature, nuovi consoli, nuovi pre- sidi e correttori. Due erano pri- ma i prefetti pretoriani, Costanti- no n'elesse quattro con giurisdi- zione territoriale sulle provincie assegnate. Trovossi perciò la città d' Imola dipendente dal prefetto pretoriano, che sorvegliava a tutta la provincia Flaminia, e ad un consolare o governatore che risie- deva in Ravenna, e veniva scello dal prefetto. La vicinanza degl'im- periali pretori, servì di freno alle rispettive autorità municipali, e di- minuì il potere loro : il comando di questi prefetti non ebbe fine che (il tempo d' Onorio imperatore di occidente. Tra i prefetti va lodato Tauro, uomo giusto e discreto, sot- to cui vide Imola chiusi per sem- pre i templi innalzati dalla genti- lità, e cessati i sacrifizi a que'nu- mi che dalla fervida fantasia rice- vettero l'essere. Allorché Massimo ribellatosi a Graziano si fece pro- clamare imperatore^ nel tempo che Imola avea concepito timori per le minaccie dell' usurpatore, narra il Gamberini che i bolognesi coi modenesi e reggiani mossero guer- ra agli abitanti di Claterna, e che questi coUegaronsi cogli imolesi e ravennati marciando contro il ne- mico. Dopo aspro conflitto i bolo- gnesi vimasero vincitori ; ma con- tro questi, già ribellatisi nel 386 a Graziano, rivolse le armi il suo capitanio Asclepio, che dopo aver per venti giorni dato riposo in Imola alle sue numerose truppe

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soggiogò i bolognesi. Nel 887 di nuovo insorse Massimo contro Va- lentiniano U, e s'impadronì del- l' Italia riducendola a compassione- vole stato, come descrive s. Am- brogio. Avendo questi taciuto lo stato d' Imola di cui era primate, vuoisi inferirne o eh' essa era sla- ta ridotta a deplorabile condizio- ne, specialmente quando Massenzio contrastò l'impero a Costantino, o spinta dal timore e dalla debolez- za delle proprie forze, si assogget- tò senza opposizione al tiranno Massimo. Certo è che dopo la mor- te di esso, accaduta nei 388, Imola tornò all'obbedienza del legittimo principe, che dimenticato il passa- to, cangiando le magistrature ri- dusse le cose allo stato primiero. Passati quattro anni Imola fu co- stretta ad obbedire al tiranno Eu- genio, dal cui giogo la liberò poi Teodosio I. Le sconfitte date dal sagace ed intrepido Stilicone mi- nistro d' Onorio nel ^o^ ad Ala- rico re de' visigoti , e nel 4^^ ^ Radagniso re degli unni, ritarda- rono quelle calamità da cui era minacciata l' Italia. E infatti nel 408 Alarico riempì di costernazio* ne r Italia, e tra le città che de- vastò si novera Imola. Fatta pri- gioniera Placidia figlia di Teodo- sio I, Adolfo o Ataulfo successore di Alarico nel ^11 conchiuse in Imola , ed effettuò il matrimonio coir ottima principessa, celebrando- sene poi con solennità l' avveni- mento in Narbona. Nel ^5i Imo- la provò il furore del feroce At- tila re degli unni, indi quello pur desola tore di Genserico re de' van- dali, che ne occuparono il forte o rocca , ma a cagione di un fulmi- ne rovinata in parte, la guarnigione ne uscì nel /^5S, mentre la città

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era afflitta da orribile carestia. Profittando gli abitanti del paese e della campagna dell'avvenimento, presero le armi, e ne discacciarono i vandali, che con perdita si riti- rarono in Monte del Re, invocan- do il soccorso di quelli ch'erano a Modena. Cassio imolese valoroso guerriero, presso cui era la supre- ma amministrazione della città , si pose alla testa de' concittadini, e rapidamente espugnò il detto mon- te, uccidendo e fugando i nemici* Uniti agli osceni taifili venuti da Modena tornarono i vandali a de- vastar le campagne imolesi, e cin- sero la città d'assedio: caduto gran parte del muro che la cingeva, fu liberata dal furore vandalico per le prodezze di Cassio e de' suoi imo- lesi, che inseguito il nemico a Tos- signano lo disfece valorosamente, dando così fine alla guerra. A Cas- sio glorioso liberatore della patria^ decretò il senato una statua nel pubblico foro, e quando morì ebbe nella cattedrale solenni funerali fat- ti a spese pubbliche.

Avrebbe potuto Imola godere tranquillità, se le guerre civili e l'anarchia che regnò in Italia dal- la morte di Valentiniano III sino alla deposizione di Romolo Momil- lo Augustolo ultimo imperatore di occidente , per opera di Odoacre re degli eruli, non l'avessero fatta cadere in peggiori calamità . Nel 476 Odoacre fu il primo barbaro che fondò un nuovo regno in Ita- lia, la quale volle fosse governata dal prefètto del pretorio nelle an- tiche forme. Diversi storici dicono che Imola fu chiamata Odoacrìca, come quella che venne arricchita dal nuovo re di molti privilegi, ornata di pubblici e privati edi- fizi, fortificata, e resa cospicua pei

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molli onorevoli gradi conferiti ai di lei cittadini, e in altri modi be- neficata. Ma Odoacre fu vinto ed ucciso nel 49^ da Teodorico re de' goti, che fu acclamato re d'I- talia, nella quale regione die prin- cipio al regno gotico. Principe sag- gio, giusto e splendido, rinnovò molte città, e probabilmente anco Imola ne sperimentò le beneficen- ze. àSotto il regno del goto Vitige, Giustiniano I imperatore d' oriente spedì al ricupero d'Italia Belisario e l'eunuco Narsete: le provincie italiane abbracciarono il partito imperiale; Imola con tutta l'Emi- lia, tranne Cesena, fu occupata da Narsete; Ravenna fu presa da Be- lisario, e colla prigionia di Vitige nel 540 ebbe fine la guerra tra i greci ed i goti. Dopo circa due anni Totila re de' goti battè i ne- mici presso Faenza , s' impadronì d' Imola ove lasciò un forte pre- sidio , e riconquistò l' Emilia , la Toscana , Roma , ed altre parti. Narsele fu rimandato in Italia , vinse, i goti e Totila fu ucciso, co- sì Teia suo successore. Si fortifica- rono i superstiti goti in Cuma, Lucca ed Imola, ma dopo lungo assedio riuscì a Narsete impadro- nirsi di tali città. Raccontano gli storici imolesi, che la loro patria fu presa per assalto a' 24 aprile 554 da Yaleriano prefetto di Ra- venna, e da Antioco spediti da Narsete alla testa del greco eserci- to, e che la città fu abbandonata al saccheggio, ne furono rovescia- te le mura, ed incendiali gli edi- fizi. Terminata la conquista d'Ita- lia cadde la gotica monarchia; e la bella regione fu per quattordici anni governala da Narsete. Questi indispettito dalla conocchia e fuso inviatigli dall' imperatrice Sofia ,

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chiamò i longobardi alla conquista d' Italia. Vi si condusse nel 5G8 il re Alboino, ed a nulla valse r impegno dell' esarca Longino di difendere l' Emilia dal rapido con- quistatore. Clefo o Clefi successo- re di Alboino proseguì le vittorie ed occupò nel 5^^, altri dicono nel 575, anche il Foro di Corne- lio. I longobardi poco dopo, e cer- tamente quando viveva il violento Clefo, fortificarono questa città per opporsi ai tentativi de' ravennati, e la ornarono di ben munita roc- ca, eh' ebbe da essi il nome di Imola, nome il quale dappoi deri- vò alla ci medesima per con- senso di molti storici : questa è la più probabile origine della parola Imola applicata col Foro di Cor- nelio, benché altri dicono che la città cominciossi a chiamare Imola ai tempi di s. Cassiano, per opera del quale ì cittadini abbandonando i sagrifizi alle false divinità, comin- ciarono ad offerire ostie incruente e pacifiche al vero Dio. Veggasi r A Iberti , Descrizione dell' Italia p. 32 1 ; ed il Pistoiesi, Fila di Pio Vlly p. II, tom. L L'avari- zia e crudeltà di Clefo lo resero odioso, che fu svenato dopo die- ciotlo mesi di regno. Successe un interregno di dieci anni , e trentasei duchi governarono da tiranni cia- scuno i propri sudditi. Faroaldo primo duca di Spoleto portossi a formare in Imola una piazza di armi per potersi impadronir poi di Classe, come fece; ma dopo po- chi anni fu costretto ad abbando- nare con perdita le sue conqtJiiste. Si narra che l' esarca Smaragdo, e Drottulfo alemanno ribelle ai lon- gobardi, non nel fiume Valreno ma nel Badrino, unirono una flotta di piccole barche piene di valoro-

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si fallii, con che sconfissero Faioal- tìo eh' erasi impadronito di Classe. Quantunque Imola fosse slata presa nel secolo VI dai longobar- di, conviene però dire che sempre non rimanesse nelle loro mani , mentre ci dicono le storie che Mo- dena era la frontiera con cui re- stava diviso il paese longobardo dalle città dell'esarcato di Raven- na, sotto il quale comprendevasi Imola. Allorché il re Rotari scon- fisse r esarca Isacco, s' ignora se la città fu conquistata dai longobar- di ; però, al dire degli annalisti imolesi, il re Grimoardo a vendi- carsi degli imolesi , i quali non aveano voluto accettare nella città la di lui armata, quando nel 663 portavasi a soccorrere Romualdo duca di Renevento attaccato dal- l' imperatore Costante , distrusse Imola e fece un orribile massacro, tuttavolta il suo successore Perta- rito o Rertarito restaurò Imola, fabbricò un castello detto Pertari- to, e dopo chiamato Massa Lom- barda, perchè i longobardi cacciati due volte dai confini imolesi ivi si rifugiarono, e finalmente si nar- ra che a Feroaldo longobardo, la cui famiglia erasi stabilita in Imo- la, diede il comando della città. Tali narrazioni degli annalisti sono rigettate dall'anonimo imolese. Nel 708 Imola mandò soccorsi a Fe- lice arcivescovo di Ravenna, ribelle al Pontefice Costantino ed all' im- peratore Giustiniano II; ma Felice ed i suoi vennero severamente pu- niti. Ravenna scosse il giogo im- periale , ed Imola colle città e terre dell' esarcato ne seguirono l'esempio, ma poi tornarono al- l'obbedienza. Profittando il re Luit- prando delle persecuzioni mosse dall' iconoclasta imperatore Leone

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risaurico al Papa s. Gregorio II, e dell' inasprimento degli animi per la persecuzione del culto alle sa- cre immagini , nel 728 con forte esercito occupò Bologna, Ravenna e r intero esarcato, e la Pentapoli. Nella conclusione della pace Imola fu ceduta ai longobardi e formò il confine del loro regno. In fatti nel 742 il Pontefice s. Zaccaria man- dò a Luitprando Stefano prete e Ambrogio primicerio, per avvisarlo del vicino suo arrivo, e di questi spediti scrive l' Anastasio in Fila Zachariae : u ingressi fines longo- bardorum in civitate quae vocatur Imola, cognovisse quod prope ditio- nem ( longobardi ) meditabantur facere praedicto sancto viro ( Za- chariae) ne illuc ambularci ". Do- po Luitprando obbedì Imola a* suoi successori, ed Orso duca di Persi- ceto ebbe in dono la città dal re Astolfo. Avido questi di nuove con- quiste , nel 75 1 o 752 cacciò i greci dall'esarcato, e con Eutichio si estinse la dignità di esarca ; quindi minacciò Roma, ed occupò varie terre della Chiesa romana, li Pontefice Stefano detto III, non potendo ottenere da Astolfo che cessasse dalle stragi, ne soccorso dai greci, si portò nel 754 in Francia, e lo ottenne da Pipino, il quale con poderoso esercito calato in Ita- lia , recò sterminio e saccheggio alle città de' longobardi, e sembra che Imola non ne andasse esente, ed obbligò Astolfo a restituire le occupate terre e l* esarcato alla santa Sede, perchè sino da s. Zac- caria erasi posto sotto la prote- zione della medesima. Dimentico Astolfo de' giuramenti fatti, nulla eseguì ; ma tornato in Italia Pipi- no ne represse l' orgoglio , ed il sottomise con duri palli, massime

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in efTeltuare il precedente accordo. Fu dunque nel 7 5/) che la santa Sede ebbe da Pipino reintegiato e ampliato il dominio temporale , compresa la cessione dell'esarcato e della Pentapoli, e perciò Imola , come si legge nel diploma di Lo- dovico I il Pio.

Eseguì Astolfo parte delle im- poste condizioni, ma Imola insie- me con altre città rimase in pote- re de' longobardi; e benché Stefa- no III fosse concorso all'esaltazione al trono longobardico di Desiderio, questi restituì solo Faenza e il du- cato di Ferrara, per cui il Ponte- fice, e s. Paolo I che gli successe fecero gravi doglianze. Desiderio minacciando la rovina di Roma, il Papa Adriano I ricorse all'aiuto di Carlo Magno che nel 778 impri- gionò il re e diede termine al re- gno de* longobardi in Italia, con- fermando alla Chiesa romana le donazioni fatte dal padre Pipino, comprensivamente alla restituzione dell'esarcato. Allora Stefano III concesse l'amministrazione di Ra- venna all'arcivescovo Leone, ed ai tribuni della città, come scrive il Sigonio, De regno Ital. lib. Ili, an. 755, p. 129. Abbiamo dall'a- nonimo imolese, che dipoi l'ambi- zioso Leone arcivescovo di Raven- na si portò in Francia dal re Car- lo, per rappresentargli quanto fos- se convenevole che la chiesa di Ravenna acquistasse sull'esarcato temporale giurisdizione. Benché il re ciò non approvasse , l'altiero Leone cominciò a chiamarsi esarca, e tenne soggetta non solo Raven- na, ma ancora Bologna, Imola e il rimanente dell' esarcato, condan- nando a carcere o ad esilio i mini- stri pontificii, e vietando ogni ri- corso e dipendenza dalla SqìÌq a-

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postolica. Adriano I eccitò Carlo Magno a frenar l'ambizione del- rarcivescovo, e ad assicurare alla Chiesa romana l'esercizio pacifico de' suoi diritti, la quale piìi tardi realmente li ricuperò, e Leone mo- rì nell'anno 777. Benché la città d' Imola fosse passata a far parte dei dominii pontificii, essa però fu per lungo teìnpo governata in for- ma di repubblica dai magistrati particolari che si formavano nel seno de'suoi medesioài concittadini, e de* quali vuoisi che fòsse molto esteso il potere. La prima magi- stratura era affidata, come nella maggior parte delle città italiane, ad un solo che portava il nome di marchese, di conte, o di governato- re, ed a tempo di s. Gregorio VII, come rilevasi dalia sua lettera e da altra di s. Pier Damiano, un Gui- done era conte corneliese o conte dei corneliesi, cioè presiedeva agli imolesi coH'autorità di conte. Il piìi antico che nel IX secolo esercitò in Imola la suprema magistratura fu Roberto della stirpe di quel Cassio celebrato di sopra: il raro valore militare di Roberto che ver- so 1*828 avea disfatto i saraceni, meritò che l'imperatore Lodovico I r innalzasse alle prime cariche nnlitari. Assalita la città nel detto anno o nelT 834 dai ravennati, faentini e forlivesi che portavano per tutto la devastazione, e impo- tente a far lunga resistenza, ri- chiamò dalle Gallie l'illustre citta- dino perchè prontamente la soc- corresse, mentre gì* imolesi sosten- nero i replicati assalti de* nemici. Con incredibile rapidità Rober- to con numerosa truppa giunse presso Imola, ed investito il cam- po de'ravennati ne fece strage; i faentini parte ne uccisero, altri ne

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fecero prigionieri, mentre i forlivesi presero la fuga per l'opportuna sortila fatta dagV imolesi. Roberto entrò trionfante in patria, accordò pace ai faentini ed ai forlivesi me- diante compensi ai danni recati, ed i ravennati per mancanza di capo non poterono fare altrettan- to. Poco sopravvisse Roberto lo- dato per saggio governo, e gli successe Alvanico che dicesi della famiglia Vestria.

Mentre Alvanico avea liberalo la Toscana dalle reliquie de' longo- bardi, e quasi tutta ridotta in po- tere de' pisani, nell' 842 i raven- nati alleati co' bolognesi fecero pre- giudizievoli scorrerie sul territorio d'Imola; ma accorso Alvanico ob- bligò i ravennati a domandar pa- ce ed a restituire il tolto. Egual sorte incontrarono i bolognesi pres- so al Sillaro che nella segnata con- cordia fu stabilito per confine del territorio imolese a ponente, come a levante Io fu il Senio, a setten- trione Primaro, e a mezzodì l' A- pennino. Salutato Alvanico capo della repubblica, restaurò gli edi- lìzi che tanto aveano sofferto nel- le barbariche incursioni, e si ac- cinse a riordinare il governamento della patria : divise il popolo in quattro centurie, da ognuna delle quali scelse quattro probi soggetti che col titolo di senatori dovevano regolare la pubblica cosa ; indi ad assicurare i diritti e la felicità del popolo, per ogni centuria nominò due individui, i quali, benché non avessero luogo tra' senatori, dovea- no però rappresentare al senato le ragioni del popolo. Alcuni della famiglia Feroaldi , mal soffrendo ■veder accordate ad altri onorevoli cariche, tentarono sommovere i faen- tini contro gV imolesi, ma i faen- vot. xxxiv.

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tini segretamente ne avvisarono il senato, il quale condannò a per- petuo esilio i colpevoli, lasciando in Imola i non rei della fami- glia Feroaldi , onde vi esercitas- sero liberamente i diritti dei cit- tadini. Dopo la morte del be- nefico Alvanico, neir846 passando per Imola Lodovico lì, coronato dal Papa Sergio II re de'longobar- di, prepose a reggere la repubbli- ca imolese Butrice, rinomato guer- riero, che tra i plausi comuni fu proclamato per capo dai senatori. Dovendo però Butrice seguire il re in Francia, lasciò far le sue ve- ci Selvaggio cavaliere alemanno, da cui i cronisti fanno derivare la famiglia Sassatelli. In questo tem- po i cispadani avendo devastalo il territorio imolese, pel valore di Giovanni Feroaldo e di Anselmo fratello di Butrice furono trucidati o fugati. R.itornato Butrice ad Imo- la prese le redini del governo, for- tificò la città con fosse e baluardi, e ristorò la porta Equestre, caduta nel terremoto dell' 846, porta che pare fosse presso la chiesa di san Giovanni incontro alla via Appia detta Selice. Le provide cure di Butrice salvò il popolo dalla care- stia, e pieno di meriti morì e fu onorato con magnifiche pompe fu- nerali. La pubblica amministrazio- ne fu indi afìidata a Giovanni Fe- roaldo, che poco visse, e terminò di vivere ucciso da un servo. In- tanto Imola avea provato gli scon- volgimenti prodotti in Italia dai Berengari e dai duchi di Spoleto Guido e Lamberto , e le barbari- che vicende del ferreo secolo X, in desolanti devastazioni, discordie inte- stine ed altri guai prodotti princi- palmente dalle straniere invasioni degli ungheri e saraceni. Avvilita 5

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r Italia per tanti sconvolgimenti, i Teneziani furono i primi a scuo- tersi dall'inazione, unirono truppe numerose, e il gran guerriero irao- h?se Fausto Alidosi lo dichiararono prefetto dell'ordine pedestre, per opporsi agli ungheri. Quanto ai sa- raceni ch'eransi annidati presso il Garigliano, trovarono nel Pontefice Giovanni X un principe che non dubitò di porsi alla testa dell'eser- cito per combatterli, e chiamato Timolese Fausto lo prepose a pre- fetto di quattromila umbri. I sa- raceni vennero distrutti, e Fausto per le sue prodezze fu dagli um- bri portato come trionfante in Ro- ma. Tornato Fausto alla patria ne sostenne gl'interessi e la sicurezza, per quanto il permettevano le cir- costanze degl' infelici tempi, che fe- cero cambiar faccia alle città del- l'esarcato, che in un a Ravenna e ad Imola si sottrassero dall' auto- rità del Papa.

Agitata Imola dalle italiche ver- tìgini, dalle incursioni de' vicini, e dalle intestine sommosse, narrano alcuni che mentre ne governava Fausto la repubblica, i ravennati ne devastarono le campagne, e i dipendenti paesi insorsero a suo danno. Fausto raccolse un'armata, marciò sugli aggressori, li vinse, e presso Massa Lombarda nel 928 in sanguinoso conflitto li fece nel- la maggior parte prigionieri: ì ravennati domandarono al senato la pace, e fu concessa. In questo tempo molle famiglie emigrate da Verona si stabilirono in Imola, fabbricarono degli edifizi vicino a porta Montanara, indi furono am- messi alla cittadinanza. A. Fausto successe il nipote Cornelio, la cui inazione ed avarizia fu sorgente di gravi sommosse. Rido venne

IMO espugnato dai faentini, e ì tossi- gnanesi spiegarono uno spirito in- tollerante : insorse la gioventù imo- lese ed uccise Cornelio. Autore principale dell'impresa fu Troilo Nord ilio che ridonò la pace al pae- se, richiamò Tossignano alf obbe- dienza, e liberò Riolo dai fàenti» ni, indi assunse il governo della re- pubblica. Essendo Giovanni XII in un all'Italia travagliato da Beren- gario ed Adalberto, chiamo dalla Germania il re Ottone I per fini- re le loro vessazioni, e a tale ef- fetto ingrossò il suo esercito con milizie comandate da Troilo. Giun- to in Roma nel 962 Ottone I, it Papa lo coronò imperatore, ed Ot- tone I restituì alla Chiesa quanto gli aveano concesso Pipino e Car- lo Magno, come narrano Lamberto Schafnaburg in Chron. ad an. 962 ; Pistoni tom. I, p, 3i4; Gretsero, Oper. tom. VI in Apolog. Baron. lib. I, cap. 20, lib. lì, cap. 1 5, p. 216 e 401. Giovanni XII pre- miò Troilo colla esenzione dai pub- blici pesi, e tornato ad Imola con benefico privilegio, fu acclamalo padre della patria. Troilo fece ri- staurare le mura, aumentar le for- tificazioni, accrescere il numero dei senatori sino a quello di venti- quattro; ripristinò T uffizio di pre- tore, e per lui il circuito della cit- tà venne ridotto tra le cinque por- te llia, Appia, Spuria, Equestre e Montanara. Mentre Troilo atten- deva con tanto impegno al pub- blico ordine ed incremento della città, Guglielmo Patarino e Deo- dato Cunio eccitarono il popolo a sedizione, che la prudenza ed au- torità di Troilo seppero dissipare, condannando all'esilio i principali autori. Accordò Troilo alla plebe la vacanza dalla milizia, e conveu-

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ne che due della plebe intervenis- sero alle sedute del senato, acciò dai padri nulla si determinasse opposto ai vantaggi della popola- zione. A Troilo succedette nel go- verno della patria Sigismondo di lui figlio, indi Nordilio. Questi re- presse i faentini e li obbligò a re- stituire le castella e terra occupa- te, e battè i cispadani, laonde ven- ne Nordilio acclamato principe da- gl'imolesi, ciò che approvò Gio- vanni XII nel gSG. Antonio Bui- garello che per tal conferma con Curzio TjoìIo era stalo spedito al Papa, saccheggiò e distrusse la roc- ca della sollevata Tossignano, e sottomise gli altri paesi della mon- tagna insorti ; quindi aiutò Nordi- lio che verso il fiume Sillaro com- batteva coi bolognesi perciò fugati. Nordilio non avendo figli adottò Bulgarello, lo dichiarò suo erede, e dopo avergli conferito il governo della repubblica in pieno senato mori nel 97 5. Bulgarello confer- mato nel potere dal Papa Bene- detto VII pose termine alle guer- re, ornò la città, ristorò molte fabbriche, espulse da Imola gli e- brei tollerandone alcuni ne' sobbor- ghi, e proibì il lusso ne' femminili ornamenti, fissandone la pramma- tica con provvido consiglio.

Morto Bulgarello, per approva- zione del senato assunse il coman- do della città Gigio Accarisi, pro- bo militare e letterato. Portatosi a Ravenna, con bravura combattè contro i greci che volevano conqui- starla, ed ivi morì di febbre nel 983. Alla sua morte in Imola nacque terribile rivoluzione, divi- dendosi il popolo in due partiti, uno detto degli Accarisi, l'altro dei Volusi, per cui le pacifiche fa- miglie si ricoverarono nella rocca.

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Divenula la città teatro accani- ta guerra, si sparse in gran copia sangue civile, molte case furono saccheggiate. Lelio Accarisi preval- se dopo orrenda strage, adunò il senato ed assunse il governo della repubblica a' 16 novembre : pei" le sue estorsioni venne ucciso e si negò al cadavere l'onor della tomba. Alberto Cunio con unanimi voti assunse il governo, quando i bologne- si recarousi ad assediar la città nel 986, ma con perdita dovettero ri- tirarsi. Morto Alberto gli successe Roberto Alidosi, che subito appli- cossi a piomovere i vantaggi della città : aumentò il pubblico erario, ricuperò i paesi ribelli, decorò il foro colle spoglie prese ai vinti, e in mezzo a tanta calma e benefi- cenze ebbe luogo altra civile sedi- zione. La plebe si allontanò dal senato, e scelse l'indegno Scipione Bulgarelli, avido di comando, iu suo duce: vane riuscirono le trat- tative di pace, laonde Roberto chiamati in aiuto i cispadani, fu costretto marciare contro Scipione, che dopo breve combattimento coi suoi prese la fuga. Decretò il se- nato perpetuo esilio a Scipione, e si chiuse con pietra quadrata la porta Montanara da cui era uscito. Attese poscia Roberto ad accresce- re i borghi della città, a compiere l'abitazione del pretore, a ristorare i sacri edifizi , e tra 1* universa- le compianto mori nei primi anni del secolo XI. Rimase per qualche tempo la repubblica senza principe, e profittandone i ravennati, faenti- ni e forlivesi, nel ioo3 devastaro- no le campagne imolesi. Fioriva allora in Imola Corrado, discenden- te dall' alemanno Selvaggio sullo* dato, che ritiratosi in ameno e forte castello denominato Sassat^Uo,

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posto sui colli Apennini^ e di cui era signore, die origine alla cospi- cua famiglia de'Sassatelli. Prescelto dal senato a capitano delle mili- zie, intrepidamente affrontò i ne- mici, e ne fece tale strage, massime de' faentini, che del sangue fece correre un rio detto poi sangui- nario. Domandarono i vinti la pa- ce, e fu accordata coi debiti com- pensi; dei ravennati non fu fatta parola in senato. La peste che po- co dopo desolò V Italia, per più anni fece altrettanto in Imola , soccorsa dal generoso Corrado che fu poscia dal consenso e riconoscen- za de'cittadini salutato padre della patria, e chiamato a regolarne i destini. Ad evitare le turbolenze avvenute in Italia per la morte di Ottone HI, indusse Corrado il senato, ad esempio di altre popo- lazioni dell'esarcato, a riconoscere in Enrico II il re d' Italia. Poscia colle proprie facoltà, e con oppor- tune misure scampò la città dalla carestia che affliggeva le altre. Ab- bellì e ristorò gli edifizi, munì di fosse la porta Appi a, richiamò i Bulgarelli e loro aderenti, aggre- gò all'imolese giurisdizione parecchie ■ville e castella; il nobile castello di Monte Catone fu ceduto in do- no ad Imola, la quale concesse ai castellani la propria cittadinanza, col privilegio che due loro indi- vidui sarebbero membri del senato. Tanto fu amara la perdita del benemerito Corrado, che molto si faticò per dargliene il successore , e molto sangue cittadino si sparse. Profittandone i bolognesi, a mezzo di traditori notte tempo s'intro- dussero in Imola, e vi commisero rapine ed incendii. L'illustre guer- riero Ugolino Alidosi che trova vasi, tra i cispadani^ com miserando il

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patrio eccidio, raccolse prontamen- te buon numero di soldati, e piom- bato sul nemico con strage lo fu- gò. Esultanti i cittadini per l'insi- gne vittoria, in premio di loro li- berazione dichiararono Ugolino ca- po della repubblica. Con raro esem- pio egli modestamente ricusò il po- tere, e ritirossi a Cunio ove nell'eser- cizio delle armi e delle lettere passò il resto di sua vita. Nel io32 Ric- ciardo suo fratello venne obbligato ad accettar l' impero della patria. Ristorò le mura, le porle e il pon- te Vatreno, costruì forte rocca nel luogo ove tuttora si vede, e di- spose che sentinelle vegliassero sul- le mura della città a prevenire ul- teriore sorpresa. Divise la città in quattro centurie, ordinò in deter- minati giorni la convocazione del senato per trattare gli affari , e volle che da ogni ordine si sce- gliessero i cittadini a governar la repubblica. Gli ebrei che abitavano i sobborghi invitarono i ravennati ad occupar la città, ma furono pu- niti i traditori colla morte, gli al- tri coir esilio. Grati gì* imolesi a Ravenna che in catene aveagli ri- messi gli ebrei deputati, esternaro- no viva riconoscenza, e strinsero col- r illustre città più stretta concordia. Dopo una serie di magnanime ge- sta, Ricciardo morì verso il 1046 senza lasciar mezzi pe' suoi fune- rali, tutto avendo consumato pel pubblico vantaggio. Però il suo ca- davere fu portato dai senatori nel- la chiesa di s, Lorenzo, ed a spese pubbliche gli fu data onorevole se- poltura. L' eloquente Fabrizio Bion- do determinò gli elettori a confe- rire la suprema magistratura della città al fratello del defunto, Ranie- ro. Questi governò per ott'anui con somma equità e generosità,

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Tenendo pianta la sua perdita. Do- po i tumulti eccitati dall'ambizioso Alberico Spinelli , probi cittadini fecero affidar il governo d* Imola a Gherardo Nascimbeni^ che si re- se in pili modi benemerente della patria. Alla sua morte furono in- ti'odotte innovazioni nella forma del governo : si decretò che dal ce- to de' senatori ogn'anno quattro se ne scegliessero, i quali riconoscen- do sempre il loro capo col titolo di conte, dovessero di concerto trat- tare i pubblici affari j si crearono pure due magistrati eletti fra la plebe, ed investiti della potestà tribunizia, perchè entrassero nel senato per impedire aggravi al po- polo. Questo nuovo illustre magi- strato resse felicemente e con lode la patria, ignorandosi chi fosse al- lora conte d'Imola. Nel 1062 i fiorentini mossero le armi contro gì' imolesi , occuparono vari paesi della montagna, i cui abitatori es- sendosi rifugiati in Sassatello, que- sto pure fu stretto d' assedio. I se- natori elessero duce della